mercoledì 20 maggio 2020

WWW Wednesday #4

Ciao a tutti!
Era un po' di tempo che non mi facevo viva con questo simpatico appuntamento del mercoledì in cui vi mostro:
- What am I reading?
- What have I read?
- What will I read?

Cosa sto leggendo?

Ho iniziato proprio ieri Il ritorno del re, ultimo libro della trilogia di Tolkien. Non posso dirvi molto perché sono solo al primo capitolo.

Cosa ho appena finito di leggere?


In questa settimana ho finito di leggere sia Le due torri di Tolkien sia Stupore e tremori di Amelie Nothomb.
Le due Torri me lo aspettavo diverso, forse per via del primo libro, anche se comunque mi è piaciuto, mentre il libro della Nothomb, una delle mie scrittrici preferite, l'ho adorato e, siccome ormai ero abituata ai suoi libri più recenti, ho apprezzato molto ritrovare il suo vecchio stile graffiante e ironico.

Cosa leggerò?

Esami in arrivo, anche troppi perché mi hanno annullato interamente la sessione invernale perché volevano farci fare gli esami non online, salvo poi farceli fare comunque online a giugno (capacità predittiva di un pesce rosso -_-). Questo vorrà dire 0 tempo per le letture, per questo voglio provare a buttarmi su qualcosa di leggero e penso quindi che recupererò un classico della letteratura per ragazzi: Anna dai capelli rossi di Lucy Montgomery.


E voi? Quali letture avete in programma questo mese?



martedì 12 maggio 2020

Recensione: "Il castello bianco" di Orhan Pamuk

Una metafora sul rapporto tra Oriente e Occidente


Titolo: Il castello bianco
Autore: Orhan Pamuk
Anno di pubblicazione: 1985
Lingua originale: turco
Numero di pagine: 172
Voto: ☆☆☆☆





TramaNel Seicento un italiano viene catturato dai Turchi e venduto come schiavo ad un astronomo musulmano, sorprendentemente identico a lui. I due lavorano insieme a diversi progetti tecnico-scientifici per il Padiscià, guadagnandone entrambi la stima. Progettano anche un macchinario bellico per la guerra in Polonia, che però non funziona. A seguito di questo evento solo uno dei due uomini tornerà in Turchia.


Recensione: Ho letto "Il castello bianco" perché quest'anno, frequentando un corso di laurea magistrale in inglese, ho conosciuto una ragazza turca, di cui sono diventata amica. Mi ha molto incuriosito il suo paese e la sua cultura perché per certi versi assimilo molto i turchi ai greci (ma loro odiano questa cosa) e quindi agli europei, per altri versi, in primis per la religione musulmana e l'influenza culturale che ne consegue.
Per questa mia curiosità ho deciso di cercare un libro turco da leggere e ho scoperto Orhan Pamuk, lo scrittore turco più conosciuto al mondo, vincitore anche del Nobel per la Letteratura nel 2006.

Parlando adesso del libro, il romanzo inizia in medias res con la voce narrante, un italiano, che viene catturato dai Turchi mentre si trova su una nave a causa della vigliaccheria del proprio comandante. Viene quindi portato a Istanbul e imprigionato come schiavo ma, spacciandosi per medico, riesce a evitare i compiti peggiori. Un giorno viene invitato alla Corte del Padiscià, che è malato. Qui il protagonista si accorge della straordinaria somiglianza che lui, uomo italiano, ha con un astronomo turco che si fa chiamare Maestro.

Attorno questa somiglianza ruota tutto il libro, infatti l'italiano viene poi venduto all'astronomo e iniziano a lavorare a progetti scientifici insieme, di cui poi si prendeva il merito il turco. Ma al di là di questo, ciò che è estremamente interessante in questo romanzo è il rapporto tra i due uomini, metafora del rapporto tra Oriente e Occidente: il turco è attratto dalle conoscenze dell'italiano e cerca di farsi insegnare da lui tutto lo scibile, tuttavia è anche molto orgoglioso del suo sapere e della sua cultura.

L'elemento curioso è che, pur vivendo insieme, inizialmente il turco non si rende conto della somiglianza con il suo schiavo. Tuttavia quando se ne accorgerà, inizierà ad essere ossessionato da alcune domande esistenziali "cosa rende l'essere umano unico?", "Qual è l'elemento di superiorità degli italiani rispetto ai turchi?".
Su quest'ultima domanda il Maestro si accanisce, prima contro l'italiano e poi con un assurda e ossessa ricerca condotta tra gli uomini più miserabili di fede musulmana e cristiana, che alla fine è volta solo a confermare la sua teoria: i musulmani sono superiori ai cristiani. Sarà così?

Il tema del doppio e dell'identità così come il rapporto tra Oriente e Occidente sono i due perni attorno a cui ruota tutto il romanzo, ambientato in una Turchia descritta con sfumature che mi ricordano quelle di un quadro impressionista.

Per quanto riguarda le descrizioni, una in particolare mi ha colpito per la straordinaria affinità col nostro periodo. Anche a Istanbul nel Seicento scoppia un'epidemia di peste e il Maestro e il protagonista sono chiamati a fermarla. Tra le misure che suggeriscono al Sultano ci sono quelle di evitare gli assembramenti, motivo per cui vengono chiusi i mercati e evitare gli spostamenti. Infatti vengono posti i Giannizzeri a presidio degli ingressi delle città. Vi ricorda qualcosa?

In conclusione posso dire che è stata sicuramente una piacevole lettura, anche se la scrittura di Pamuk è elaborata e non rinuncia a metafore. Alla fine, quello che mi porto con me da questa lettura è la famosa frase del film Mediterraneo di Salvatores: "Italiani, Turchi: una faccia, una razza".

p.s. i dolcetti che vedete in foto vengono proprio dalla Turchia, sono un regalo della mia amica :)

domenica 10 maggio 2020

Il segreto delle parole - Madre


Buongiorno e buona festa della mamma!

In questa occasione ho deciso di riesumare la mia vecchia rubrica Il segreto delle parole in cui vi proponevo ogni lunedì l'etimologia di una parola.

Oggi non è lunedì, ma vi voglio parlare dell'etimologia della parola madre.

La parola deriva dall'accusativo latino matrem, che trova corrispondenza anche nel greco antico meter-tris.
Alcuni ritengono che venga dalla radice indoeuropea "mâ", col significato di "misurare", "ordinare" presente anche nel sanscrito matṛ, che significa "madre", ma anche "ordinatrice". Da questa radice deriverebbero anche le parole italiane metro, mano, mese e morale.

La radice indoeuropea dà come esito mother in inglese, mutter in tedesco, mère in francese e mai in spagnolo.

Altri pensano invece che non esista una vera e propria etimologia e che la parola derivi dalla ripetizione di una delle lettere che per i bambini piccoli è più facile da pronunciare, la "m". Questa spiegazione sarebbe supportata anche dal fatto che i bambini dicono "mamma" anziché "madre.
Ed è proprio questa l'interpretazione che Erri De Luca sceglie nella poesia Mamma Emilia.

In te sono stato albume, uovo, pesce,
le ere sconfinate della terra
ho attraversato nella tua placenta,
fuori di te sono contato a giorni.
In te sono passato da cellula a scheletro
un milione di volte mi sono ingrandito,
fuori di te l’accrescimento è stato immensamente meno.
Sono sgusciato dalla tua pienezza
senza lasciarti vuota perché il vuoto
l’ho portato con me.
Sono venuto nudo, mi hai coperto
così ho imparato nudità e pudore
il latte e la sua assenza.
Mi hai messo in bocca tutte le parole
a cucchiaini, tranne una: mamma.
Quella l’inventa il figlio sbattendo le due labbra
quella l’insegna il figlio.
Da te ho preso le voci del mio luogo,
le canzoni, le ingiurie, gli scongiuri,
da te ho ascoltato il primo libro
dietro la febbre della scarlattina.
Ti ho dato aiuto a vomitare, a friggere le pizze,
a scrivere una lettera, ad accendere un fuoco,
a finire le parole crociate, ti ho versato il vino
e ho macchiato la tavola,
non ti ho messo un nipote sulle gambe
non ti ho fatto bussare a una prigione
non ancora,
da te ho imparato il lutto e l’ora di finirlo,
a tuo padre somiglio, a tuo fratello,
non sono stato figlio.
Da te ho preso gli occhi chiari
Non il loro peso
A te ho nascosto tutto.
Ho promesso di bruciare il tuo corpo
di non darlo alla terra. Ti darò al fuoco
fratello vulcano che ci orientava il sonno.
Ti spargerò nell’aria dopo l’acquazzone
all’ora dell’arcobaleno
che ti faceva spalancare gli occhi.

mercoledì 8 aprile 2020

WWW Wednesday #3

Ciao a tutti!
Eccomi qua con questo simpatico appuntamento del mercoledì in cui vi mostro:
- What have I read?
- What am I reading?
- What will I read?


Cosa ho appena finito di leggere?



In questo periodo di quarantena sto leggendo molto e ho finito La compagnia dell'Anello celebre primo libro della trilogia di Tolkien e Il castello bianco dello scrittore turco Pamuk.
La lettura del Signore degli Anelli ha rappresentato un toccasana per i momenti in cui ero molto malinconica, ma anche Il castello bianco mi ha tenuto buona compagnia poiché mi ha coinvolto e tenuta attaccata alle pagine.


Cosa sto leggendo?
Sto leggendo ben 3 libri! Anche a voi capita di fare così tante letture in contemporanea?



Nello specifico sto leggendo My dead Orpheus. Il risveglio di Lavinia Vi, un Fantasy YA che mi sta incuriosendo molto. Sto anche leggendo L'onironauta presente di Nicole Olindo e Zia Mame di Patrick Dennis, una lettura ironica per rilassarmi dopo stancantu giornate piene di videolezioni.


Cosa leggerò?

Non vedo l'ora di iniziare Le due torri con le ragazze di #ungdlperscoprirli, ma vorrei anche leggere Everyman di Philip Roth, infatti ero indecisa se scegliere questo libro oppure Zia Mame per la tappa statunitense di #viaggiatoritralerighe.


E voi? 
Conoscete le mie letture? Vi incuriosiscono? 

martedì 31 marzo 2020

Recensione: "Lo Hobbit" di Tolkien

Lo Hobbit

Là dove il mondo di Tolkien ebbe inizio


Bilbo è un Hobbit di 50 anni, vive nella sua comoda caverna della Contea, quando un giorno riceve la visita dello stregone Gandalf. Da quel momento la sua vita cambierà per sempre e partirà in fretta e furia, in veste di Scassinatore, insieme ai Nani per la riconquista di un tesoro, un tempo appartenuto ai Nani, custodito dal drago Smog. Un'avventura che, nonostante i pericoli anche mortali, si rivelerà arricchente e cambierà profondamente il carattere di Bilbo, risvegliando il suo lato Tuc.
Coraggio, astuzia e intraprendenza sono attributi che Bilbo pian piano inizia a manifestare, tuttavia ciò che più mi è piaciuto di questo personaggio è che rimane sempre uno Hobbit, amante della pace e incline alla pietà e al perdono.

Un elemento interessante è che nello Hobbit troviamo un esempio di serendipità (vi rimando all'articolo di Artspecialday ove ho trovato questa analisi della serendipità) .
Secondo la Treccani online serendipità è la capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte (specialmente in campo scientifico), mentre si sta cercando altro. Serendipità però è molto più di un colpo di fortuna perché richiede una certa predisposizione d'animo personale, come la storia di Bilbo dimostra. Per un fortuito caso egli trova l'Anello (anche se Tolkien in ISDA dirà che l'Anello stava cambiando padrone per cercare di ricongiungersi a colui che lo aveva forgiato), ma grazie alla sua perspicacia riesce a utilizzarlo in maniera astuta per salvare se stesso e gli altri. Nell'articolo si dice che probabilmente Tolkien non aveva in mente la serendipità, infatti in tutta la sua opera non si trova questo vocabolo o sinonimi, tuttavia è un ottimo esempio di questa abilità da cui tutti noi possiamo imparare.

Per converso i Nani, e in particolare il loro capo, Thorin Scudodiquercia, non mi sono mai stati simpatici: inizialmente non credono che Gandalf abbia fatto la scelta giusta proponendo loro Bilbo come compagno di viaggio, poi si ricredono, ma tendenzialmente continuano ad essere orgogliosi e monolitici.
Lo stregone Gandalf il Grigio è invece il classico personaggio che nei fantasy interviene per aiutare l'eroe. Nei primi incontri coi nemici, come Cavalieri Neri o Troll, è sempre lui che risolve la situazione, anche se dopo esce di scena per lasciare emergere il protagonista, Bilbo, e le sue abilità. Ho sempre ritenuto Gandalf un personaggio potente e indistruttibile, pertanto un aspetto che ho apprezzato è che in alcune situazioni anche lui teme di non farcela, anche se poi anche con un pizzico di fortuna riesce a trovare una soluzione.

Il libro si configura dunque con tutti gli elementi tipici del fantasy e della fiaba: protagonista, avventura, prove da superare, oggetto magico, antagonista e aiutante. Tuttavia verso la fine a mio avviso si discosta dal tradizionale canovaccio in un modo che mi ha sorpreso, ma che ho apprezzato molto.
Un'altra cosa che mi è piaciuta è che nella battaglia finale si ritrovano quasi tutti i personaggi incontrati lungo la storia.

Lo stile è diverso da quello del Signore degli Anelli, si capisce che questa storia era stata pensata per i bambini, infatti ci sono descrizioni meno articolate, solo quel che basta per caratterizzare luoghi e personaggi, e il narratore chiama spesso in causa il lettore/ascoltatore con frasi tipo: "Ti ricordi?". Mi fa pensare anche a un libro rivolto ai bambini il fatto che a volte il narratore dica frasi come "Questo accadrà molto più avanti" perché sono espedienti per mantenere la curiosità. Comunque proprio questa diversità di stile mi ha fatto apprezzare Lo Hobbit più di ISDA alla mia prima lettura.

Complessivamente sono felice di avere avuto con #ungdlperscorirli l'opportunità di leggere in primis Lo Hobbit perché ci sono alcuni personaggi o concetti che qui vengono spiegati bene, apparendo per la prima volta, come i Cavalieri Neri o Gollum. Grazie a Lo Hobbit rileggendo adesso Il Signore degli Anelli lo sto apprezzando molto di più e sto notando un sacco di dettagli che prima mi erano sfuggiti, soprattutto per ciò che ha a che fare con l'Anello e il suo funzionamento.

Voto: ☆☆☆☆☆|5

Scheda libro:

Titolo: Lo Hobbit
Autore: J.R.R. Tolkien
Anno di pubblicazione: 1937
Lingua originale: inglese
Pagine: 342
Genere: fantasy

venerdì 27 marzo 2020

Impressioni teatrali #1 - Il ragazzo dell'ultimo banco

Buongiorno a tutti!
Oggi è la Giornata internazionale del teatro e io colgo l'occasione per inaugurare una nuova sezione del mio blog, quella teatrale.
Già lo scorso anno dopo aver visto Il ragazzo dell'ultimo banco al Piccolo Teatro di Milano avevo chiesto su Instagram se foste interessati a una mia opinione sugli spettacoli che vado a vedere e la risposta era stata 100% affermativa... ma io poi non ho fatto nulla.
Approfitto dunque di questa giornata per parlarvi proprio de Il ragazzo dell'ultimo banco, ma vi avviso, non sarà una recensione, tuttalpiù una mia "impressione", un'opinione.

Crediti foto: Masiar Pasquali www.piccoloteatro.org


Il ragazzo dell’ultimo banco
di Juan Mayorga
traduzione Antonella Caron
regia Jacopo Gassmann
scene Guido Buganza, costumi Giada Masi
luci Gianni Staropoli, movimenti Alessio Maria Romano
sound designer Lorenzo Danesin, video a cura di Stefano Teodori
con (in ordine alfabetico) Pierluigi Corallo, Alfonso De Vreese, Fabrizio Falco, Pia Lanciotti, Danilo Nigrelli, Mariángeles Torres
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa



German, professore di letteratura, si trova nella sua casa e sta leggendo i temi dei suoi alunni su cosa avessero fatto nel fine settimana. E' arrabbiato e insoddisfatto perché i suoi alunni non sanno scrivere. Ad un certo punto un tema attrae la sua attenzione: Claudio, un ragazzo agli occhi del professore insignificante, che siede sempre all'ultimo banco, racconta che per la prima volta è riuscito ad entrare nella casa del suo amico Rafa, con la scusa di dargli ripetizioni di matematica.
Rafa, al contrario di Claudio, è ricco e la sua casa è sempre stata un oggetto misterioso e inaccessibile, che Claudio da tempo seduto su una panchina vicino alla casa sognava e desiderava conoscere.
Il tema di Claudio si conclude con un "Continua." lasciando intendere che ci sarà un seguito. Nei giorni successivi Claudio consegna al professore il seguito del tema: mentre Rafa cerca di svolgere gli esercizi assegnati, Claudio esplora la casa e conosce la madre, donna annoiata che passa il suo tempo a leggere riviste sulla casa pensando alle modifiche che potrebbe apportare, e il padre, appassionato di sport. Col passare del tempo Claudio conosce meglio la famiglia e cerca di farsi apprezzare, celando la sua origine e tentando di imitare il loro stile di vita.

Frattanto German decide di insegnare al ragazzo a scrivere, riversando in lui tutte le sue ambizioni giovanili, ma anche la sua passione per la letteratura. Col proseguire dei temi il rapporto tra il professore e il ragazzo dell'ultimo banco diventa più intimo, quasi padre-figlio, ma anche più sfacciato. In diversi punti German criticherà apertamente il modo in cui Claudio scrive, accusandolo di ricorrere a mezzucci per attirare la simpatia del lettore, e allora ecco che gli attori recitano nuovamente la versione "vera" e non caricaturale della storia.

Diverse e interessanti sono le tematiche trattate, in primis l'ossessione di entrare nella vita degli altri, e soprattutto, di vivere la vita degli altri, che è una tematica che mi ha stupito, e la differenza tra classi sociali. Questi due elementi, oggi, mi richiamano alla mente il film Parasite, ma ovviamente quando vidi lo spettacolo non potevo fare questo collegamento, in quanto il film non era ancora uscito.
Tuttavia la tematica che più mi ha affascinato è il confine labile tra realtà e immaginazione, tema che per le modalità con cui viene affrontato mi  ricorda Le notti bianche di Dostoevskij. Ognuno infatti racconta la storia come vuole e Claudio, che tanto ha sognato (ma anche disprezzato) quella vita, non può essere immune da questo e già il professore lo aveva fatto notare.
Anche German però è un po' un sognatore, infatti vive troppo nel racconto del suo allievo e presta poca attenzione alla sua vita familiare.

L'intrusione nella famiglia di Rafa però è destinata a finire, Claudio è respinto. Il ragazzo dell'ultimo banco tenta allora il "folle volo", cercando di entrare nella vita del professore, andando a conoscere sua moglie. Ma cosa succede a chi osa superare le Colonne d'Ercole? German legge la realtà che si è consumata tra le mura di casa sua, il tema è finito, lui è furibondo e vuole incontrare il ragazzo.
Lo spettacolo si chiude quando la tensione è al massimo con le parole del ragazzo "Questo è il finale", ma in fondo, ne siamo davvero sicuri?
Anche lo spettatore è vittima del racconto.


Spero che questo post vi sia piaciuto, fatemelo sapere nei commenti :)

mercoledì 25 marzo 2020

Dantedì: l'infinito matematico nella Commedia

Buongiorno a tutti!
Oggi sono particolarmente felice perché ho avuto modo di riprendere, per questo post, un mio grande amore del liceo (talmente grande che ci ho scritto pure la tesina sopra): Dante.


Il Mibact ha istituito quest'anno il Dantedì, infatti il 5 marzo del 1300 iniziava il viaggio ultraterreno di Dante, viaggio narrato nella sua opera più famosa: la "divina" Commedia.
Io per questo primo Dantedì ho deciso di parlarvi di Dante e matematica, oggetto della mia tesina, nonché titolo di un libro di Bruno D'Amore di cui vi ho riportato un estratto su Instagram.

Uno dei concetti più affascinati per l'uomo di tutti i tempi è sicuramente il concetto di infinito. Il Cristianesimo afferma che solo Dio è in grado di concepire l'infinito e questo dettame era particolarmente forte all'epoca di Dante. Ma come parlare di infinito in modo da renderlo comprensibile all'uomo?
In Par XXVIII, 91-93 Dante scrive:


«L’incendio suo seguiva ogni scintilla;
ed eran tante, che ‘l numero loro
più che ‘l doppiar de li scacchi s’inmilla»

Dante qui ricorre all'antica leggenda orientale di Sissa Nassir. Il sovrano di Persia chiese a Sissa Nassir di inventare un gioco imperituro e lui inventò gli scacchi. Il re gli concesse allora di chiedere come ricompensa qualunque cosa volesse ed egli chiese qualche cosa di apparentemente assai modesto: presa la scacchiera da 64 caselle e chiese un chicco di riso sulla prima casella; il doppio, cioè 2, sulla seconda; il doppio ancora, cioè 4, sulla terza; il doppio ancora, cioè 8, sulla quarta; e così via fino alla sessantaquattresima casella.
Grazie alla teoria delle successioni, questi calcoli sono facilmente risolvibili: la successione numerica formata dal numero di chicchi per ciascuna casella è, infatti, una progressione geometrica.
Si chiama progressione geometrica una successione A1, A2, A3, … An in cui a partire dal termine iniziale A1 diverso da 0 ogni altro termine si ottiene moltiplicando il precedente sempre per uno stesso numero diverso da 0, detto ragione (q). Quindi il quoziente tra ogni termine e il suo precedente è costante; tale quoziente è la ragione e nel caso di Sissa Nassir è 2.
L’ennesimo termine (An) di una progressione geometrica di valore iniziale A1 e ragione q è uguale al prodotto del primo termine A1 per la potenza della ragione (q) con esponente n-1.
Il numero di chicchi di grano richiesti da Sissa Nassir è 18.446.744.073.709.551.615 per questo il sovrano lo fece decapitare.

La gloria di Dio però doveva essere maggiore di quella di Sissa Nassir e per questo invece di raddoppiare in ogni casella deve moltiplicare per 1000; pertanto la ragione della progressione geometrica questa volta è 1000. Di conseguenza avremo 1 sulla prima casella, 1000 sulla seconda, 1000000 sulla terza e così via.
Dante vuole descrivere la straordinaria visione della quantità infinita di angeli, che garantiscono la grandezza di Dio. Tuttavia, sceglie di non appellarsi al filosofico concetto di infinito perché non è concepibile come ente reale dalla mente umana: infatti secondo Aristotele, studiato da Dante attraverso la mediazione di Boezio, l’uomo può conoscere solo l’infinito potenziale, concetto puramente virtuale, infatti ha l’idea di poter procedere sempre oltre senza mai raggiungere un limite (per capirlo provate a immaginare di iniziare a contare, vi fermate quando morite, ma lasciate come compito ai vostri figli di andare avanti a contare, i figli alla loro morte lasceranno il compito ai loro discendenti e così via... si capisce con questo esempio che non ci sarà mai una fine); al contrario non può concepire l’infinito in atto. Pertanto, Dante scrive di un numero immensamente grande di angeli, ma non infiniti, affinché l’uomo possa comprenderli anche se non potrà contarli.



Georg Cantor risolve il problema dell’infinito in atto, cioè un insieme di infiniti. Egli non parte dall'assioma, su cui si fondano le teorie di Aristotele, secondo il quale il tutto è maggiore della parte perché non avrebbe permesso di indagare gli infiniti. Al contrario pone come base la corrispondenza biunivoca tra due insiemi: infatti, dati gli insiemi A e B, si associa a ogni elemento di A uno e un solo elemento di B e a ogni elemento di B uno e un solo elemento di A.

Cantor sostiene che se tra due insiemi si può stabilire una corrispondenza biunivoca, essi contengono lo stesso numero di elementi, cioè sono equipotenti. Stravolgendo l’assioma del tutto che è maggiore della parte, afferma che un insieme è infinito quando è equipotente con una sua parte propria.

Un esempio è l’insieme dei numeri naturali N, che ha cardinalità infinita, ma si può dividere in due sottoinsiemi propri: i numeri pari e quelli dispari, entrambi infiniti. Ogni numero appartenente al sottoinsieme dispari può essere messo in corrispondenza con un numero pari facendo il suo doppio, mentre ogni numero appartenente al sottoinsieme pari può essere messo in corrispondenza con un numero dispari trovando la sua metà. Pertanto l’insieme N non è più grande di una delle sue parti, perché entrambi sono lo stesso tipo di infinito ed è un infinito numerabile.
Partendo da N si possono costruire infiniti di ordine superiore.



Spero di avervi interessato e trasmesso un pochino della mia passione per Dante e di non avervi annoiato troppo se non amate la matematica :)


Postilla per i non amanti della matematica: leggete il libro Dante e la matematica di Bruno D'Amore, è molto chiaro perché è costruito sotto forma di racconto... cambierete idea sulla matematica, può essere davvero affascinante  ;)