Visualizzazione post con etichetta recensione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta recensione. Mostra tutti i post

sabato 1 agosto 2020

Recensione: "Cuore di tenebra" di Joseph Conrad

Un'analisi della psicologia dell'uomo europeo che si espone all'Africa


Titolo: Cuore di tenebra
Autore: Joseph Conrad
Anno di pubblicazione: 1899
Pagine: 245 (edizione Einaudi con testo a fronte)
Recensione:

Che libro, ragazzi, l'ho amato!

Il racconto è narrato in prima persona dal marinaio Marlow, che si trova su una nave ancorata nel Tamigi in compagnia di alcune persone. 
Già dai due esempi iniziali si capisce quale sarà il fulcro del racconto: l'esempio della colonizzazione romana e quello della pirateria inglese del '600 ci fanno capire che l'uomo fin dalla notte dei tempi intraprende missioni di conquista della terra altrui. E' una storia che si ripete e leggendo mi è venuto spontaneo pensare alla frase che Tacito mette in bocca a Calgaco a proposito della conquista romana della Britannia: "Là dove fanno un deserto, lo chiamano pace". Conrad infatti sottolinea che ciò che sembra fare la differenza nelle conquiste moderne è la presenza di un'idea che giustifichi l'azione, come quella di portare il progresso e la civiltà dell'Occidente ai selvaggi, giustificazione della politica coloniale usata ai tempi dello scrittore, che realmente ha intrapreso un viaggio in Congo. 

Prima di parlarvi dei personaggi, voglio parlarvi dei luoghi e in particolare del Congo, quello spazio bianco sulla cartina più grande di altri che incuriosiva il protagonista fin da piccolo e che definiva "il cuore della tenebra". Quando Marlow arriva in Congo la prima cosa che nota con un certo fastidio è una serie di buche scavate apparentemente senza criterio dentro le quali vengono lasciati marcire componenti di oggetti vari. Il primo segno di inciviltà non è tanto dei selvaggi, ma dell'uomo bianco
Man mano che si addentra nell'immensità selvaggia lungo il fiume a Marlow sembra di ritornare ai primordi della storia dell'uomo e, quieta e minacciosa, diventa sempre più inquietante e imperscrutabile per Marlow che si sente "tenuto fuori dalla comprensione di tutto ciò che ci circondava".

Venendo ai personaggi, dapprima vorrei menzionare il Direttore della stazione per conto della Società di commercio, da cui Marlow dipende. Uomo ambizioso e senza scrupoli, grazie a questo riesce a vivere  per anni in un luogo in cui molti impazziscono. Il tema della pazzia connessa alla permanenza in Africa è importante ed è presente fin dalle prime pagine, infatti prima di imbarcarsi Marlow deve fare una visita medica e il medico si mostra interessato alla salute mentale di Marlow per poter fare uno studio sulla pazzia che colpisce gli uomini che vivono per troppo tempo in Africa. 
Questa pazzia in qualche modo colpisce Kurtz. Kurtz è l'emblema della retorica colonizzatrice, profondamente convinto che il compito dell'uomo bianco sia quello di portare progresso e cultura. Una missione benefica nei confronti dei "poveri" selvaggi. Tuttavia, l'allontanarsi dalle sponde più "civilizzate" e quindi dai vincoli e dal controllo imposti dalla società fa sentire il tedesco onnipotente. Immerso nell'immensità selvaggia e nella solitudine Kurtz guarda dentro se stesso e scopre la 
sua vera natura. Quel che mi viene da pensare è che noi uomini contemporanei non siamo molto diversi dall'uomo primitivo, sopra il nostro "essere primitivo" si è solo accumulata un po' di cultura, che è quello che ci distingue dall'uomo di millenni fa. Ma quando ci si allontana dalla società e dalla sua cultura, ci si immerge in quella che Marlow definisce un paesaggio dei primordi, l'uomo torna alla sua vera natura.
Marlow intuisce la tenebra in cui è sprofondato Kurtz, ciò su cui però si interroga è come mai un uomo che, partito con l'idea di fare il bene, fa il male. Il problema del male e del suo essere connaturato all'uomo mi ricorda per affinità Il signore delle mosche di Golding e per contrapposizione Dostoevskij, ma non dico di più su questo punto perchè io stessa necessito di approfondire meglio Dostoevskij per fare parallelismi (se avete qualche riflessione in merito, non esitate a condividerla 
con me nei commenti :) ). La risposta al quesito è amara: Kurtz si accorge che quel bene che credeva di portare è vano. La retorica colonizzatrice rivela tutta la sua falsità e a quel punto, disilluso e senza alcun ideale di bene, sceglie il male. 
A differenza di Golding, Conrad sembra ritenere che il male non è insito nella natura dell'uomo, ma è un prodotto della cultura. 

Tuttavia alla fine Marlow "salva" Kurtz e lo fa perchè in punto di morte avrà la capacità di riconoscere la propria miseria: "Orrore! Orrore!" esclamerà esalando l'ultimo respiro. Per questa sua capacità di autocoscienza critica Kurtz agli occhi di Marlow diventa un uomo veramente notevole ed è anche ciò che spinge Marlow a non tradirne l'eredità, bensì a tramandarla al suo pubblico.

Quello di Marlow, novello Dante, è una sorta di viaggio di formazione, lui stesso infatti dirà all'inizio del racconto che, arrivato al culmine della sua esperienza, gli è sembrato di gettare un po' di luce su quello che gli stava intorno; e luce e conoscenza vanno spesso di pari passo.  
E' un viaggio ai confini del male, che Marlow riesce a non sorpassare e per questo può testimoniare. Se l'uomo va oltre i limiti, come gli antichi ce lo raccontano bene, si perde, come Kurtz.  


Ho amato questo romanzo per la forte introspezione, per il discorso sulla vera civiltà, per il fascino che inevitabilmente ha suscitato su di me la wilderness congolese e per l'umana analisi del problema del male fatta dal protagonista. 
Umana perchè Marlow non è uno che predica teorie, lui è stato vicino, molto vicino al male e all'orrore e ne è scampato per un pelo, grazie alla capacità di non zittire la sua coscienza e ad alcuni "idoli" tipicamente vittoriani, quale il lavoro, come spiega bene Giuseppe Sertoli  nell'introduzione dell'edizione pubblicata da Einaudi. 

Mi viene da pensare che alla fine ciò che salva tutti i personaggi (tranne Kurtz) dalla "pazzia" sono degli ideali/idoli: ambizione, lavoro...


Da ultimo non posso non menzionare il gioco di contrapposizione tra bianco e nero, evidente fin dal titolo del romanzo. Gli uomini della Società di commercio insieme a Marlow si addentrano nel cuore di tenebra, ma quando giungono veramente nel cuore dell'immensità selvaggia, sono coperti da una nebbia bianca. Anche di ritorno a Bruxelles si ripete il gioco bianco e nero: quando va dalla sposa di Kurtz inizialmente vengono sottolineati il candore di lei in contrasto con il suo vestito da lutto, ma quando Marlow si accorge che la verità non può essere detta, ecco che le tenebre avanzano. Anche il Tamigi, luogo in cui avviene il racconto, ricorda tanto una tetra tenebra. 

Voto: ☆☆☆☆☆|5

mercoledì 22 luglio 2020

Recensione: "L'inventore di sogni" di Ian McEwan

I sogni di un bambino che diventa grande

Titolo: L'inventore di sogni 
Autore: Ian McEwan 
Lingua originale: inglese
Anno di pubblicazione: 1994
Pagine: 98
Genere: middle grade

Trama: Peter Fortune ama sognare, non solo di notte: qualunque momento della giornata è buono per fantasticare. Tuttavia questa sua passione gli crea non pochi problemi, ad esempio a scuola gli insegnanti pensano che lui abbia difficoltà di apprendimento. Col tempo Parere capisce che le persone non sanno cosa gli frulla per la testa in quel momento e per questo ha imparato a raccontare i suoi sogni. Il libro è la trascrizione di alcuni di questo sogni.

Recensione: Devo iniziare questa recensione con una confessione: questo libro non mi ha mai ispirato. Forse per colpa della sua continua presenza su ogni libro di antologia delle elementari e medie, forse perché neanche il titolo mi incuriosiva tanto, chissà...
Tuttavia in occasione della tappa di giugno della mia challenge #viaggiatoritralerighe ambientata in uno degli stati in cui regna la regina Elisabetta e visto il periodo di esami, ho deciso di leggere questo libriccino.

La prima cosa che ho apprezzato è stata l'incipit ed ero subito pronta a ricredermi sul libro, tuttavia le prime storie (che tra l'altro già conoscevo) non mi hanno comunicato granché e questo mi ha reso difficile avere voglia di continuare la lettura. Devo dire che col senno di poi anche i primi racconti, come quello delle bambole che si vendicano perchè Peter ha rubato loro la stanza o quella in cui il protagonista entra nel corpo del suo gatto aiutano a comprendere che sta per avvenire un cambiamento: il Peter bambino deve diventare grande e il passaggio è traumatico, per questo ha bisogno di affrontare alcune sfide che gli daranno grandi insegnamenti.
Dico col senno di poi perché man mano che la storia procede la crescita di Peter diventa sempre più evidente e infatti ho iniziato ad apprezzare di più questo libro. I miei racconti preferiti sono quello sul prepotente e quello finale, talmente verosimile che penso che ognuno di noi da bambino abbia fatto un tale sogno.

Cambiamento e crescita sono i temi fondamentali di questo romanzo, al quale non manca un pizzico di magia, perché si sa che nei sogni può accadere qualunque cosa. I temi sono in un certo senso già anticipati nella citazione scelta da McEwan e messa come epigrafe all'inizio del libro: si tratta di una frase dalle Metamorfosi di Ovidio e, leggendo proprio oggi l'inizio di un altro libro di questo scrittore inglese, mi sono resa conto di quanto sia fondamentale: non è solo evocativa, ma dice del cuore del romanzo.

Quello di McEwan è un esperimento interessante: un libro per bambini in cui lo stesso scrittore ritorna bambino, immaginandosi i sogni del suo protagonista, sogni però che sembrano così reali (e questo capita a un sacco di persone che sognano) che a volte perfino io mi dimenticavo che in realtà era, appunto, tutto un sogno.

Lo stile è favoloso, ogni parola è posizionata alla perfezione e risulta coerente con l'età del protagonista. Sicuramente, anche se il libro non è tra i miei preferiti, proprio perché ho amato lo stile mi è venuta voglia di leggere altri suoi libri che mi ispirano di più, come "Nel guscio" che ho iniziato oggi.


Voto: ☆☆☆|5 

CitazioneSiamo noi che lo abbiamo sognato come il prepotente della scuola. Non è più forte di nessuno di noi. Tutta la sua forza e il potere, ce la siamo sognata noi. Noi abbiamo fatto di lui quello che è. Quando va casa e nessuno gli crede se fa il prepotente, allora torna se stesso.

Voi amate McEwan? Avete letto questo libro? Fatemelo sapere nei commenti :)

martedì 12 maggio 2020

Recensione: "Il castello bianco" di Orhan Pamuk

Una metafora sul rapporto tra Oriente e Occidente


Titolo: Il castello bianco
Autore: Orhan Pamuk
Anno di pubblicazione: 1985
Lingua originale: turco
Numero di pagine: 172
Voto: ☆☆☆☆





TramaNel Seicento un italiano viene catturato dai Turchi e venduto come schiavo ad un astronomo musulmano, sorprendentemente identico a lui. I due lavorano insieme a diversi progetti tecnico-scientifici per il Padiscià, guadagnandone entrambi la stima. Progettano anche un macchinario bellico per la guerra in Polonia, che però non funziona. A seguito di questo evento solo uno dei due uomini tornerà in Turchia.


Recensione: Ho letto "Il castello bianco" perché quest'anno, frequentando un corso di laurea magistrale in inglese, ho conosciuto una ragazza turca, di cui sono diventata amica. Mi ha molto incuriosito il suo paese e la sua cultura perché per certi versi assimilo molto i turchi ai greci (ma loro odiano questa cosa) e quindi agli europei, per altri versi, in primis per la religione musulmana e l'influenza culturale che ne consegue.
Per questa mia curiosità ho deciso di cercare un libro turco da leggere e ho scoperto Orhan Pamuk, lo scrittore turco più conosciuto al mondo, vincitore anche del Nobel per la Letteratura nel 2006.

Parlando adesso del libro, il romanzo inizia in medias res con la voce narrante, un italiano, che viene catturato dai Turchi mentre si trova su una nave a causa della vigliaccheria del proprio comandante. Viene quindi portato a Istanbul e imprigionato come schiavo ma, spacciandosi per medico, riesce a evitare i compiti peggiori. Un giorno viene invitato alla Corte del Padiscià, che è malato. Qui il protagonista si accorge della straordinaria somiglianza che lui, uomo italiano, ha con un astronomo turco che si fa chiamare Maestro.

Attorno questa somiglianza ruota tutto il libro, infatti l'italiano viene poi venduto all'astronomo e iniziano a lavorare a progetti scientifici insieme, di cui poi si prendeva il merito il turco. Ma al di là di questo, ciò che è estremamente interessante in questo romanzo è il rapporto tra i due uomini, metafora del rapporto tra Oriente e Occidente: il turco è attratto dalle conoscenze dell'italiano e cerca di farsi insegnare da lui tutto lo scibile, tuttavia è anche molto orgoglioso del suo sapere e della sua cultura.

L'elemento curioso è che, pur vivendo insieme, inizialmente il turco non si rende conto della somiglianza con il suo schiavo. Tuttavia quando se ne accorgerà, inizierà ad essere ossessionato da alcune domande esistenziali "cosa rende l'essere umano unico?", "Qual è l'elemento di superiorità degli italiani rispetto ai turchi?".
Su quest'ultima domanda il Maestro si accanisce, prima contro l'italiano e poi con un assurda e ossessa ricerca condotta tra gli uomini più miserabili di fede musulmana e cristiana, che alla fine è volta solo a confermare la sua teoria: i musulmani sono superiori ai cristiani. Sarà così?

Il tema del doppio e dell'identità così come il rapporto tra Oriente e Occidente sono i due perni attorno a cui ruota tutto il romanzo, ambientato in una Turchia descritta con sfumature che mi ricordano quelle di un quadro impressionista.

Per quanto riguarda le descrizioni, una in particolare mi ha colpito per la straordinaria affinità col nostro periodo. Anche a Istanbul nel Seicento scoppia un'epidemia di peste e il Maestro e il protagonista sono chiamati a fermarla. Tra le misure che suggeriscono al Sultano ci sono quelle di evitare gli assembramenti, motivo per cui vengono chiusi i mercati e evitare gli spostamenti. Infatti vengono posti i Giannizzeri a presidio degli ingressi delle città. Vi ricorda qualcosa?

In conclusione posso dire che è stata sicuramente una piacevole lettura, anche se la scrittura di Pamuk è elaborata e non rinuncia a metafore. Alla fine, quello che mi porto con me da questa lettura è la famosa frase del film Mediterraneo di Salvatores: "Italiani, Turchi: una faccia, una razza".

p.s. i dolcetti che vedete in foto vengono proprio dalla Turchia, sono un regalo della mia amica :)

martedì 31 marzo 2020

Recensione: "Lo Hobbit" di Tolkien

Lo Hobbit

Là dove il mondo di Tolkien ebbe inizio


Bilbo è un Hobbit di 50 anni, vive nella sua comoda caverna della Contea, quando un giorno riceve la visita dello stregone Gandalf. Da quel momento la sua vita cambierà per sempre e partirà in fretta e furia, in veste di Scassinatore, insieme ai Nani per la riconquista di un tesoro, un tempo appartenuto ai Nani, custodito dal drago Smog. Un'avventura che, nonostante i pericoli anche mortali, si rivelerà arricchente e cambierà profondamente il carattere di Bilbo, risvegliando il suo lato Tuc.
Coraggio, astuzia e intraprendenza sono attributi che Bilbo pian piano inizia a manifestare, tuttavia ciò che più mi è piaciuto di questo personaggio è che rimane sempre uno Hobbit, amante della pace e incline alla pietà e al perdono.

Un elemento interessante è che nello Hobbit troviamo un esempio di serendipità (vi rimando all'articolo di Artspecialday ove ho trovato questa analisi della serendipità) .
Secondo la Treccani online serendipità è la capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte (specialmente in campo scientifico), mentre si sta cercando altro. Serendipità però è molto più di un colpo di fortuna perché richiede una certa predisposizione d'animo personale, come la storia di Bilbo dimostra. Per un fortuito caso egli trova l'Anello (anche se Tolkien in ISDA dirà che l'Anello stava cambiando padrone per cercare di ricongiungersi a colui che lo aveva forgiato), ma grazie alla sua perspicacia riesce a utilizzarlo in maniera astuta per salvare se stesso e gli altri. Nell'articolo si dice che probabilmente Tolkien non aveva in mente la serendipità, infatti in tutta la sua opera non si trova questo vocabolo o sinonimi, tuttavia è un ottimo esempio di questa abilità da cui tutti noi possiamo imparare.

Per converso i Nani, e in particolare il loro capo, Thorin Scudodiquercia, non mi sono mai stati simpatici: inizialmente non credono che Gandalf abbia fatto la scelta giusta proponendo loro Bilbo come compagno di viaggio, poi si ricredono, ma tendenzialmente continuano ad essere orgogliosi e monolitici.
Lo stregone Gandalf il Grigio è invece il classico personaggio che nei fantasy interviene per aiutare l'eroe. Nei primi incontri coi nemici, come Cavalieri Neri o Troll, è sempre lui che risolve la situazione, anche se dopo esce di scena per lasciare emergere il protagonista, Bilbo, e le sue abilità. Ho sempre ritenuto Gandalf un personaggio potente e indistruttibile, pertanto un aspetto che ho apprezzato è che in alcune situazioni anche lui teme di non farcela, anche se poi anche con un pizzico di fortuna riesce a trovare una soluzione.

Il libro si configura dunque con tutti gli elementi tipici del fantasy e della fiaba: protagonista, avventura, prove da superare, oggetto magico, antagonista e aiutante. Tuttavia verso la fine a mio avviso si discosta dal tradizionale canovaccio in un modo che mi ha sorpreso, ma che ho apprezzato molto.
Un'altra cosa che mi è piaciuta è che nella battaglia finale si ritrovano quasi tutti i personaggi incontrati lungo la storia.

Lo stile è diverso da quello del Signore degli Anelli, si capisce che questa storia era stata pensata per i bambini, infatti ci sono descrizioni meno articolate, solo quel che basta per caratterizzare luoghi e personaggi, e il narratore chiama spesso in causa il lettore/ascoltatore con frasi tipo: "Ti ricordi?". Mi fa pensare anche a un libro rivolto ai bambini il fatto che a volte il narratore dica frasi come "Questo accadrà molto più avanti" perché sono espedienti per mantenere la curiosità. Comunque proprio questa diversità di stile mi ha fatto apprezzare Lo Hobbit più di ISDA alla mia prima lettura.

Complessivamente sono felice di avere avuto con #ungdlperscorirli l'opportunità di leggere in primis Lo Hobbit perché ci sono alcuni personaggi o concetti che qui vengono spiegati bene, apparendo per la prima volta, come i Cavalieri Neri o Gollum. Grazie a Lo Hobbit rileggendo adesso Il Signore degli Anelli lo sto apprezzando molto di più e sto notando un sacco di dettagli che prima mi erano sfuggiti, soprattutto per ciò che ha a che fare con l'Anello e il suo funzionamento.

Voto: ☆☆☆☆☆|5

Scheda libro:

Titolo: Lo Hobbit
Autore: J.R.R. Tolkien
Anno di pubblicazione: 1937
Lingua originale: inglese
Pagine: 342
Genere: fantasy

giovedì 5 marzo 2020

Recensione: "Un tenebroso affare" di Balzac


Il primo noir della letteratura


Finalmente è arrivata la recensione del primo libro che ho letto nel 2020:             Un tenebroso affare di Honorè de Balzac.


Il romanzo trae spunto da un fatto di cronaca realmente accaduto nella Francia degli anni '30 dell'Ottocento, tra la rivoluzione e la restaurazione monarchia, con Napoleone in ascesa (Napoleone che farà anche la sua comparsa verso la fine del libro).

Il primo personaggio che entra in scena è Michu, un fattore della campagna francese che gestisce la proprietà di Godrenville. Nella sua descrizione, che ricorda la tecnica del Lombroso, sembra un personaggio abietto e negativo, il lettore si aspetta che faccia una brutta fine e sei quasi contento di questo, ma poi arriverà a simpatizzare per lui. Qui si intravede la ricerca antropologica che Balzac stava conducendo in quel periodo e che lo porterà alla sua opera principale, La Commedia Umana.
Tuttavia il personaggio che traina fino alla fine la vicenda è mademoiselle Laurence de Cinq-cygn, simbolo di una aristocrazia indomita che odia Napoleone e trama per il ritorno dei Borboni. Una donna forte, come le sue nobili antenate, coraggiosa, orgogliosa e astuta, ma che nel corso della vicenda imparerà anche a riconoscere il limite.

Balzac descrive gli intrighi di potere tipici di quel periodo di transizione in cui tutti fingono di collaborare l'uno con l'altro, ma in realtà cercano sempre un modo per tenere in scacco l'altro e uscire indenni dalle situazioni. Queste trame rendono tenebroso e oscuro l'affare in cui vengono implicati Michu, mademoiselle Laurence de Cinq-cygn e i suoi cugini, un caso che Balzac descrive in maniera da far perdere il lettore e a far crescere in lui il desiderio di scoprire come siano andate veramente le cose.

La prima parte del romanzo è abbastanza lenta e molto descrittiva, probabilmente anche perché il romanzo veniva raccontato a puntate, ma i capitoli si interrompono sempre in modo da creare suspense. La seconda parte invece coinvolge molto di più il lettore che rimane invischiato nelle macchinazioni dei personaggi politici, il ritmo è serrato, ma non si corre verso il finale, infatti Balzac ci regala un excursus sulla legge e sui tribunali francesi in quel periodo. Il fatto che l'esito del processo non risolva la situazione mi è molto piaciuto, ma qui arriva quella che io ritengo essere la parte più debole: il finale.
Il finale non mi ha convinto, il libro poteva finire un capitolo prima e lasciare tutto irrisolto, un vero "tenebroso affare". Non mi ha convinto perché l'agnizione avviene in maniera decisamente scollegata dal resto dei fatti, a distanza di tempo. Da un lato è un bell'espediente che sicuramente funziona, dall'altro ha avuto in me l'effetto di smorzare il pathos che l'autore aveva così abilmente creato e che era culminato nel processo e nel suo esito.

Complessivamente una lettura coinvolgente, anche se non molto scorrevole, la voglia di scoprire quale sia il "fattaccio" oggetto del titolo mi ha trainato verso la fine. Interessante perché è uno dei primi noir della letteratura, infatti troviamo i tipici elementi che caratterizzeranno il genere a partire dagli inizio del Novecento: i protagonisti sono i sospettati esecutori del caso attorno a cui ruota tutto il racconto, e hanno tutti delle qualità auto-distruttive, a partire da Michu, provocatorio e brusco in ogni sua azione, mademoiselle Laurence de Cinq-cygn, troppo ribelle e orgogliosa, e i suoi cugini, i De Simeuse, che tramando per il ritorno dei Borboni. Inoltre il sistema legale e politico è facilmente influenzabile, se non addirittura corrotto, e alla fine a trionfare non sarà la giustizia, ma i furbi e coloro che sapranno scendere a compromessi.

Ci sono anche alcuni elementi dei polizieschi come la dinamica dell'indagine della polizia francese per ricostruire la trama dell'avvenimento.

Voto: ☆☆☆☆/5


Scheda libro:


Titolo: Un tenebroso affare
Autore: Honorè De Balzac
Anno di pubblicazione: 1841
Lingua originale: francese









P.s. Occorre menzionare che la piacevolezza della lettura è stata data anche dalla vecchia edizione della Newton Compton con delle bellissime note utili e funzionali.

martedì 17 dicembre 2019

Recensione: uomini e topi

Il 2019 sta finendo ed è giunto il momento di ricapitolare le belle letture, una di queste è sicuramente Uomini e topi.

Titolo: Uomini e topi
Autore: John Steinbeck
Anno di pubblicazione:
Lingua originale: americano
Voto: ☆☆☆☆☆
Recensione:

Una breve storia, ma decisamente intensa quella di George e Lennie, due poveri uomini americani di inizio Novecento che viaggiano per il grande stato cercando lavoro come braccianti. È una condizione diffusa in quegli anni in America: uomini che vagano soli alla ricerca di un lavoro per vivere, bramando di possedere un giorno un piccolo pezzo di terra da coltivare e dai cui trarre da vivere. George e Lennie invece viaggiano insieme. Lennie è un omone con una straordinaria forza, ma con un ritardo mentale che lo fa assomigliare a un bambinone, mentre George è piccolo, ma funge da mente della coppia. Per colpa di Lennie che combina involontariamente guai spesso i due vengono cacciati dai ranch per i quali lavorano. Lennie è un peso peso per George, che però è deciso a prendersi cura di lui portandoselo sempre dietro e parlando lui ogni volta che devono trovare un lavoro. Per cercare di evitare che Lennie combini guai, George gli racconta che quando avranno guadagnato abbastanza soldi compreranno un pezzo di terra e lui potrà accudire i conigli. Infatti Lennie ama accarezzare le cose morbide e questo è spesso l'origine delle spiacevoli situazione in cui mette se stesso e George.

Il breve racconto di Steinbeck affronta tematiche importanti come quelle dell'estrema povertà della classe contadina agli inizi del Novecento e della conseguente emarginazione, ma anche dell'umanità e della solidarietà che può nascere in situazioni così disperate. Il senso dell'umano, intendendo come tale ciò che dice lo scrittore latino Terenzio: homo sum, humano nihil a me alienum puto, è ciò che ho più apprezzato di questo libro, anche nel finale che mi ha fatto rimanere male, ma che è parte della bellezza del libro. 

giovedì 18 aprile 2019

Recensione: Time Crawlers


Titolo: Time Crawlers - Stories from parallel universes
Autore: Varun Sayal
Anno di pubblicazione: 2018
Lingua originale: inglese







Recensione
Ho voluto leggere questo libro dopo aver letto la recensione di Elven Library  e l'autore è stato così gentile da inviarmi una copia, anche se questo ovviamente non influenzerà la mia recensione.
Si tratta di una serie di racconti fantascientifici non collegati l'uno all'altro e che spaziano su diversi temi attuali anche a sfondo connessi alla tecnologia. I toni e i registri sono vari, ma mai pesanti e l'ironia presente in alcuni racconti come Genie o nel finale di Time Crawlers è stato un elemento che ho apprezzato.

In tutti i racconti l'autore insiste sul fatto che ciò che l'uomo comune definirebbe magia, in realtà ha una spiegazione scientifica dietro. Ad esempio il genio non vive dentro la lampada (come potrebbe del resto?), ma crea un wharmhole e appare a colui che strofina la lampada.
Ho apprezzato molto alcuni spunti di riflessione etica e antropologica come sull'utilizzo di armi che non servono a nulla di buono, solo per soddisfare pulsioni personali presente nel primo racconto o quella di Death by crowd che mostra in un modo perverso ed estremizzato ciò che accade nella realtà sui social, dove tutti condannano a morte tutti e si gioisce e si gode della morte dei propri nemici. Interessante anche Alien dove vediamo come la convinzione e la lusinga di fare il bene possano portare ugualmente a forme di dittatura.

Forse però l'aspetto che mi è piaciuto di più è stato vedere quanto i personaggi siano umani, nonostante il mondo ultra tecnologico in cui sono immersi, e queste umanità si vede nel fatto che gli esseri umani, a differenza degli alieni, sono emotivi e sensibili oppure nella rabbia che acceca il protagonista del primo racconto e nel forte senso di colpa che ne consegue.

Nel complesso è stato un libro che mi è piaciuto e che ha saputo installarmi la curiosità per spingermi a proseguire la lettura, infatti volevo assolutamente scoprire cosa avesse partorito la fantasia dell'autore.
Voto: ☆☆☆☆|5

E voi, Gufetti lettori, lo avete letto? Vi incuriosisce? Amate il genere fantascientifico? 
Fatemelo sapere nei commenti :)

domenica 27 agosto 2017

Recensione: Le notti bianche

Titolo: Le notti bianche
Autore: Fedor Dostoevskij
Data di lettura: 14 agosto 2017
Trama: In una notte piena di stelle e in una San Pietroburgo innevata e vuota il nostro protagonista incontra una ragazza che piange, Nat'ska, della quale si innamora e alla quale inizia a raccontare la sua vita.
Recensione:
Era da tempo che volevo leggere questo breve romanzo di Dostoevskij perché tutti me ne parlavano molto bene e, sebbene mi sia piaciuto, ha un po' deluso le mie aspettative.

Cominciando dall'inizio, l'incipit mi è piaciuto moltissimo, mi sono subito immaginata la notte stellata e mi sono immersa nel racconto.

Il protagonista, del quale non viene detto il nome, è il classico uomo romantico: incapace di vivere nella realtà si rifugia nei sogni, nell'immaginazione e nei romanzi. "In sogno creo interi romanzi" afferma. Anche il narratore dice che parla come un romanzo e la stessa ragazza lo riconosce: "Voi raccontate in modo meraviglioso, ma raccontate in modo meno meraviglioso, giacché parlate come se leggesse un libro".

Finalmente uno dei film mentali (perdonatemi questa espressione più "moderna") del protagonista pare avverarsi: incontra una ragazza uguale a quella sognata. All'improvviso può provare nella realtà i forti sentimenti che ha vissuto in sogno. Al protagonista sembra di aver raggiunto la somma beatitudine.

Il racconto mi è piaciuto e continuo ad apprezzare Dostoevskij per i personaggi fortissimi che costruisce, infatti sono riuscita a provare allo stesso tempo disprezzo e poeta per quest'uomo, essenzialmente solo, che si nutre di immaginazione per vivere.
Tuttavia sono rimasta un po' delusa perché ci sono tutti i temi del Romanticismo (la notte, il sogno, la fuga dalla realtà, la solitudine) e io mi aspettavo qualcosa di più.

Voto: ☆☆☆☆

domenica 12 febbraio 2017

Mini recensione: "Persepolis" di Marjane Satrapi


Titolo: Persepolis
Autrice: Marjane Satrapi
Data di lettura: 7 febbraio 2017
Casa editrice: Rizzoli-Lizard
Anno di pubblicazione: 2000
Lingua originale: francese
Trama: Il fumetto descrive la vita di Marjane Satrapi dall'infanzia in Iran, a cavallo della caduta dello Scià e dell'avvento della rivoluzione islamica con il nuovo integralismo, alla successiva maturità in Europa dove una ragazza ormai cresciuta conoscerà un nuovo mondo ed uno stile di vita completamente differente da quello del suo paese, non privo anch'esso di contraddizioni. Infine la protagonista tornerà nel suo paese con la sua nuova coscienza e cultura, laica e occidentale.
Recensione:
È la prima volta che recensisco un fumetto, quindi non so bene come fare ^^"
Il fumetto é un'autobiografia della scrittrice, che è iraniana e racconta la storia del suo paese dagli anni '60 agli anni '90. Per questo l'ho trovato molto interessante, perché mi ha permesso di informarmi in maniera diversa.

Il fumetto è in bianco e nero e lo stile é simpatico e ironico, nonostante la pesantezza di alcuni argomenti. Infatti in alcuni momenti ho provato la stessa angoscia che ha provato Marj in quella circostanza, ma poi c'era sempre una nota che alleggeriva.

Una cosa che mi ha stupito é che in diversi momenti ero convinta che Marj fosse più grande della sua età, forse perchè le vicende che ha vissuto l'hanno costretta a crescere in fretta, ma anche perché lei è sempre stata una bambina piuttosto sveglia. Questa sensazione però è dovuta anche a un elemento "culturale", poiché lei si sposa a 21 anni per poter stare con il ragazzo che ama senza andare contro le leggi iraniane.
Il fumetto mi ha coinvolto sia in termini di interesse sia in termini di emotività, quindi non posso che dargli il massimo dei voti.
Voto: ☆ ☆ ☆ ☆ ☆

venerdì 27 gennaio 2017

Recensione: I sommersi e i salvati- una riflessione per il giorno della Memoria

Titolo: I sommersi e i salvati
Autore: Primo Levi
Anno di pubblicazione:
Data di lettura: agosto 2015
Riconoscimenti: //

In passato avevo letto "Se questo è un uomo" e mi era piaciuto, ma questa, che è la sua opera prima del suicidio, mi è piaciuta di più perché non è un racconto, ma una sorta di riflessione.
Ho trovato l'intero libro davvero interessante e non posso riportarlo tutto in questa pseudo-recensione, quindi condivido con voi alcuni fra i tanti pensieri che mi hanno colpito.
In primis ho trovato molto interessante la sua riflessione sulla testimonianza: spesso gli accusati del genocidio raccontavano versioni false degli eventi, ma a furia di raccontarli credevano che fosse la verità.
Un'altra riflessione che mi è piaciuta è quella sulla salvezza dei malvagi. Riprendende una storia di Dostoevskij in cui una vecchia veniva salvata, nonostante le malvagità commesse, per l'unica buona azione compiuta e mi ha stupito vedere che un uomo come Primo Levi, dopo tutto quello che ha passato e essendo anche ateo, potesse pensare una cosa del genere (pensiero che condivido, motivo ulteriore per cui il libro mi è piaciuto).
Bella anche la sottolineatura sulla morte, infatti afferma che lui, in quanto ateo, non ha la sicurezza della vita eterna dopo la morte, eppure si suicida.
Una riflessione che "anticipa" il suo destino é quella sul suicidio dopo i campi di sterminio. Infatti sono pochissime le persone che si sono suicidato durante la detenzione, perché il suicidio é un atto meditato e ragionato, quindi da uomini, mentre nei campi di sterminio erano come animali e avevano tante cose da fare e a cui pensare, non c'era tempo per il suicidio. Dopo la liberazione invece subentra il senso di colpa per non aver
fatto abbastanza e il fatto strano che Levi sottolinea é che i sopravvissuti non si sentono in colpa per aver derubato il vicino o per essere stato prepotente, ma per aver omesso di soccorlo in un momento di debolezza.
Questa riflessione la trovo molto interessante perché normalmente si pensa che i sopravvissuti siano felici per essere scampati alla morte, per essere "rinati", ma Levi stravolge quest'idea e stravolge anche l'idea della gioia della liberazione dei campi di sterminio. Forse qualcuno sarà stato davvero felice, ammette, ma la maggior parte della gente poiché in quel momento cessa la sofferenza personale e la preoccupazione di sopravvivere, pensa alle persone morte e alla vita da ricostruire. Tuttavia spesso la gente che racconta della felicità che ha provato al momento della liberazione non mente, é vittima della stessa deformazione della memoria di cui vi parlavo nella prima persona. Esiste lo stereotipo della liberazione dalle catene=felicità e quindi concludono di essere stati felici.
Un'ultima, a mio parere sconcertante, riflessione, che spiega in parte il titolo é sulla testimonianza dei salvati. Secondo Levi i salvati non sono i veri testimoni perché il vero testimone é chi ha toccato il fondo, chi è morto, perché si parla di campi di sterminio. I salvati sono un'esigua minoranza, che magari è sopravvissuta perché è scesa a compromessi coi potenti, quindi una testimonianza non "degna".
Questo libro mi ha sorpreso, ha capovolto molte mie idee e convinzioni sulla Shoah, inoltre non è la "classica" testimonianza, per questo lo consiglio a tutti :)

Voto: ☆ ☆ ☆ ☆ ☆
Citazione:
"Ora io credo che i dodici anni hitleriani abbiano condiviso la loro violenza con molti altri spazi-tempi storici, ma che siano stati caratterizzati da una diffusa violenza inutile, fine a se stessa, volta unicamente alla creazione di dolore; talora tesa ad uno scopo, ma sempre ridondante, fuor di proporzione rispetto allo scopo medesimo."

domenica 18 settembre 2016

Recensione: Numero Zero


Titolo: Numero Zero 
Autore: Umberto Eco
Casa editrice: Bompiani
Anno di pubblicazione: 2015
Data di lettura: 15 settembre 2016
Lingua originale: italiano
Riconoscimenti: //
Trama: La storia ruota attorno al progetto di un giornale, "Domani", che non uscirà mai, ma nessuno dei redattori, ad eccezione di Colonna, lo sa. Il giornale é voluto dal potente Commendatore Vimercate, che vuole usarlo come ricatto per essere ammesso in luoghi esclusivi. Simei, incaricato di sovrintendere a questo progetto, recluta i più disperati tra i giornalisti e li mette all'opera per creare notizie.
Citazione
"Ma i giornali seguono le tendenze della gente o le creano?" 
"Tutte e due le cose, signorina Fresia."
Recensione:
Premettendo che Umberto Eco é uno dei miei scrittori preferiti e ho letto diversi suoi libri, sia romanzi sia saggi, questo libro mi ha un po' deluso. È scritto bene, ma la trama mi ricorda troppo quella di un altro suo romanzo: Il pendolo di Focoult.
Infatti in entrambi i libri i protagonisti sono dei giornalisti di "giornalacci", c'è sempre un complotto e i giornalisti rischiano la vita perché si sono impiccati in affari che non dovevano essere scoperte. Nel caso del Pendolo di Focoult si tratta dei Templari, qui della pseudo morte di Mussolini, ma il succo é lo stesso.
Considerando che questo è l'ultimo romanzo prima della sua morte, sono dispiaciuta...

Veniamo a ciò che ho apprezzato del libro: il sarcasmo col quale mette alla berlina un modo "sporco" di fare giornalismo, che però si adatta a un pubblico che si sta sempre più appiattendo culturalmente e che è pronto a cedere alla prima cavolata che legge, oggi giorno non tanto sui giornali, ma sui social network  (ed è ancora peggio!). 

La storia è ambientata nel 1992, quindi Eco vuole far vedere come alcuni aspetti, che caratterizzano la società di oggi, si potevano intravedere già nel 1992.

La voce narrante è Colonna, cinquantenne, ghostwriter fallito, che viene coinvolto da una sua vecchia conoscenza,  Simei, a partecipare al progetto di un giornale "Domani", finalizzato segretamente alla pubblicazione di un libro scritto da Colonna, ma pubblicato con il nome del finanziatore di "Domani". Stringe amicizia con due redattori in particolare: Maia e Braggadocio e si fa coinvolgere dalla tesi complottista di quest'ultimo. Probabilmente è il personaggio più normale del romanzo e quello in cui è più facile impersonarsi.
Maia é l'unica donna della redazione, ha 30 anni e ha sempre lavorato nel campo del gossip. Spera che con "Domani" tutto possa cambiare, ma si accorge presto che non è così. Ha delle idee brillanti, che non vengono accolte ed è spesso immersa nel suo mondo, motivo per cui Colonna si innamora di lei. La loro storia d'amore é stata davvero una lettura piacevole, una pausa nella macchina inarrestabile di complotti (nonché una novità, rispetto al Pendolo di Focoult).
Il redattore Braggadocio  (il nome ironicamente allude alla sua millanteria) é un complottista, che crede che Mussolini non sia morto, ma sia stato fatto scappare in Argentina dagli Alleati e dal Vaticano, affinché potesse ritornare per scongiurare il pericolo di una rivoluzione comunista in Italia. Al giorno d'oggi ci sono molti complottisti  (vogliamo parlare delle famigerate scie chimiche, che ancora non ho capito cosa sono?), quindi con questo personaggio Eco "denuncia" questo aspetto della società.

Forse questo libro é paragonabile a una grande satira romanzata, tipo il Satyricon di Petronio. Oltre al mettere in luce i vizi e le zone d'ombra della società per far riflettere, scopo di una satira, mi ricorda il Satyricon per le atmosfere, un altro elemento che ho amato di questo ultimo libro di Eco.

La storia infatti si svolge a Milano, città dove vivo e che mi diverto a esplorare, quindi ho apprezzato particolarmente la descrizione di San Bernardino alle Ossa o di alcuni vicoletti, che tagliano la via Torino. A parte questo fattore puramente sentimentale, ho apprezzato anche le descrizioni di questi luoghi allucinate, a metà tra realtà è visione, dove i personaggi si confondono e perdono se stessi, come in un incubo. La descrizione dei luoghi è il motivo per cui questo romanzo non mi ricorda una qualsiasi satira, ma il Satyricon  (certo, il Satyricon é molto più bello, ma de gustibus...).
Via Bagnera, uno dei luoghi dove è ambientato il romanzo.
Foto mia (sì, mi sono divertita ad andare in giro a fotografare i luoghi del libro).
Insomma, diamo a un intellettuale del calibro di Umberto Eco il diritto di fare satira, anche perché è vissuto a lungo e ha studiato quello strano secolo che è stato il Novecento. 
     
Il finale mi ha piacevolmente sorpreso, sia perchè, abituata ormai alle somiglianze col Pendolo di Focoult, non speravo in una conclusione del genere, sia per l'osservazione finale di Maia sull'Italia.

Dopo aver letto il brano di analisi del testo della maturità di quest'anno, che era proprio di Umberto Eco e che parlava dell'interpretazione di un testo, spero di non aver preso fischi per fiaschi xD.
Voto

martedì 13 settembre 2016

Mini-recensione: Chimica della vita e microscopio


Buona sera, Gufetti del Bosco Libroso!
Alla fine siccome non avevo ancora finito di leggere il libro di Cosmacini Chimica della vita e microscopio - Pasteur e la microbiologia ho preferito finirlo e lasciarvi un mio parere su questo breve saggio, che ho apprezzato.
Non so quanti di voi siano interessati alle scienze e in particolar modo alla biologia, ma il libro non è troppo tecnico (anzi la questione è affrontata da un punto di iusta filosofico) e la mia mini-recensione non lo è affatto.
Innanzi tutto questo libro fa parte di una collana della casa editrice Albo Versorio chiamata "L'idea e lo strumento". Alla base della collana c'è il seguente pensiero: "È nato prima l'uovo o la gallina?": la domanda di senso comune esprime, banalizzandolo, un interrogativo filosofico che percorre la storia delle idee e la storia delle tecniche: é nato prima il concepimento teorico, ideale, o l'esperienza pratica, fattuale e strumentale?"
Ogni libro di questa collana analizza un personaggio della storia della scienza, in questo caso Pasteur, per cercare di rispondere a questa domanda. Per questo per me si è configurata come una piacevole lettura e sono giunta alla conclusione che un uomo trova sempre uno strumento per dare prova della sua idea. Così ha fatto Pasteur, che si è servito del microscopio per indagare alcuni fenomeni della vita quotidiana, come l'inacidimento del burro o del vino, scoprendo l'esistenza di microrganismi, i batteri, e successivamente trovando il modo di debellarli e ipotizzando che un fenomeno simile potesse accadere per le malattie umane. Purtroppo non riuscì a vedere i virus al microscopio, ma comprese la loro esistenza e aprì la strada alle scoperte scientifiche dell'avvenire.

venerdì 15 luglio 2016

Recensione: Il mondo dell'altrove



Titolo: Il mondo dell'altrove
Autrice: Sabrina Biancu
Casa editrice: Del Bucchia
Anno di pubblicazione: 2016
Data di lettura: 14 luglio 2016
Citazione:
Recensione: Cinque racconti legati dalla presenza della fantasia, quel dono che sembra sempre più spesso che solo i bambini abbiano.                        
Eppure questo non è il romanzo fantasy al quale siamo abituati: non ci sono mondi fantastici e creature soprannaturali, bensì uomini immersi nella vita quotidiana. E proprio in questa quotidianità fanno degli incontri "soprannaturali" che li cambiano profondamente.
Elia e Nico, Rosy e l'anatroccolo, Tea, Pietro e l'usignolo, Desideria e Andrè, la donna dal cuore infranto e Irina: uomini nel momento del bisogno e la forza e l'aiuto che trovano in personaggi soprannaturali.
Nel prologo il bambino non vuole crescere perché ha paura di perdere la fantasia; questi racconti dimostrano invece che un adulto é ancora in grado di utilizzare la fantasia e di trovare in essa un valido aiuto. Perché tutti questi personaggi soprannaturali sono proiezioni dei bisogni dell'uomo e allo stesso tempo soluzione. Ma se è una proiezione della soluzione, vuol dire che l'uomo ha dentro di sé la soluzione. 
Mi è piaciuto molto il fatto che tutti gli aiutanti avessero una missione. Questo mi ricorda un film, Winter Tale, dove ogni uomo era un dono per qualcun altro e la missione nella sua vita era quella di realizzare il suo dono per l'altro.
La parte del libro che mi ha convinto meno é l'epilogo, perché se da un lato riprendeva l'inizio e quindi era un'ottima conclusione, dall'altro spiegava troppo.
Il libro comunque mi è piaciuto molto ed è adatto anche il periodo in cui l'ho letto, infatti mi trovo a fare scelte importanti per il mio futuro e sia quanto ho studiato quest'anno sia alcuni libri che ho letto in questo periodo, tra cui questo, mi ricordano quanto sia importante fare una scelta autentica e ultimamente sono ossessionata dal dare autenticità alla mia vita, visto che è proprio ciò che ammiro e amo negli altri.
Inoltre ritengo che in questo periodo storico sia importante che gli adulti conservano il loro animo di bambino: un bambino sa immaginare, un bambino sa sorprendersi, la vita non è un abitudine, non è il solito tran tran, non è frenetica.
Mi sembra che oggi il mondo degli adulti sia troppo frenetico e calcolatore e così si rischia di perdere la fantasia e lo stupore.
Io interpreto così il titolo "Il mondo dell'altrove", un mondo dove molti uomini sanno usare la fantasia anche  sanno stupirsi, anche se l'altrove può essere molto più vicino di quanto sembri.
Ringrazio tantissimo Sabrina per avermi mandato una copia del suo libro, voi Gufetti potete trovarlo qui:
~  Editore Del Bucchia
~ IBS                                                                              
~ Amazon
Voto: ☆☆☆☆

mercoledì 27 aprile 2016

Recensione: Il piacere

Titolo: Il piacere
Autore: Gabriele D'Annunzio
Casa Editrice: //
Anno di pubblicazione: 1891 
Lingua originale: italiano  
Riconoscimenti:  //                      
Data di lettura: 19 marzo           
Citazione: Dopo, una immensa tristezza la invase; la occupò l'oscura tristezza che è in fondo a tutte le felicità umane, come la foce di tutti i fiumi è l'acqua amara.
Trama: Andrea Sperelli è un nobile che vive a Roma sul finire dell'Ottocento, quando ormai la classe nobiliare è in declino. La sua vita e quella della piccola cerchia di nobili suoi amici è fatta di lusso, ricercatezza, piacere e pettegolezzi. Quando Sperelli conosce Elena Muti se ne innamora subito e inizia una passionale relazione con lei, che però si interrompe bruscamente.
Sperelli continua la sua vita libertina fino a quando, a causa di una ferita in un duello, è costretto alla convalescenza. In questo periodo si purifica dalla passione per Elena Muti e conosce un'altra donna, Maria, della quale si innamora di un amore diverso, più spirituale.
Successivamente torna a Roma, dove si conclude la sua vicenda amorosa.

Recensione: Questa lettura é stata davvero interessante. Ero piuttosto curiosa di leggere questo libro perché mi affascinava l'idea che un uomo potesse vivere solo per il piacere; giusto o sbagliato che sia, è un ideale che riempe la vita e le conferisce una sorta di eroismo. Temo di non essere riuscita a spiegare il perché mi affascinava, ma pazienza, veniamo alla recensione.

Inizialmente la storia non mi coinvolgeva tanto perché era piuttosto lenta, poi le vicende di un personaggio così passionale come Andrea Sperelli mi hanno coinvolto.         
Andrea Sperelli è un personaggio raffinato e ipersensibile al piacere, che ricerca in ogni cosa, dagli oggetti raffinati alle donne.

Egli parlava con naturalezza quel linguaggio manierato,  quasi estenuando nell'artifizio delle parole la forza del suo sentimento.

C'è una scena, che mi piace molto, nella quale Andrea partecipa ad un'asta di oggetti preziosi e ricercati e compra alcuni di essi a cado. Mi piace perché mi fa capire come questo personaggio voglia riempire di cose e di piaceri il vuoto esistenziale.

Elena Muti è una femme fatale, seducente, sa come comportarsi con gli uomini e specialmente con Andrea, che le somiglia.
Andrea prova per Elena un sentimento totalizzante e quando la loro relazione finisce, é come se non avesse più un motivo per vivere, continua la sua vita vivacchiando e trastullandosi con piaceri di breve durata.
La sua relazione con Elena é stata come un grande amplesso, dopo il quale subentra la stanchezza. In questo momento, che coincide col periodo di convalescenza, Andrea é debole e si ripromette di non amare mai più. Poiché però è anche più buono si innamora di  una donna buona, Maria Ferres.
Maria è una donna casta e sebbene sia sposata, si abbandona all'amore per Andrea perché vede che lo fa stare bene e che lo salva.  Maria è a metà strada tra la donna angelicata dello Stilnovo, il cui sguardo dona salvezza, e la donna romantica, tipo Anna Karenina.
SPOILER (... che poi quanto sto pe dire ve lo spoilerate ovunque).

Il rapporto con Maria non lo coinvolge tanto quanto quello di Elena, infatti nell'amplesso, nel quale provava piacere solo se ripensava a quello con Elena, si lascia sfuggire il nome di quest'ultima e Maria capisce l'inganno.

FINE SPOILER

Da quanto detto poco fa, ma non solo da questo, si coglie il tema del doppio e della bipolarismo. Andrea ama la donna ideale che si crea con la sovrapposizione di Elena e Maria, due donne completamente opposte.
Omen nomen dicevano i latini e nel caso delle due donne è proprio vero, infatti Elena richiama alla mitica seduttrice he causò la rovina di Troia, mentre Maria che dona salvezza è la Madonna. Volendo anche il nome Andrea dice qualcosa della sua personalità. Infatti Andrea viene dal greco ανδρός  (andros) che significa uomo nel senso di maschio  (è l'equivalente del latino "vir" dal quale deriva l'aggettivo virile), ma anche eroe e marito. Infatti in Andrea Sperelli è sicuramente presente una dimensione virile e eroica, visibile nella sua ricerca di un piacere artificiale che lo separi dalla piatta quotidianità e nel suo estetismo.
Andrea infatti è un esteta, non a caso compone versi come se parlasse normalmente. Anche Elena è un'esteta e lei stessa lo aveva intuito, motivo per cui era rimasta attratta da lui, ma sono troppo simili per poter vivere bene insieme, ci riescono solo in una cornice estetica, come il palazzo barocco di 'Ca Zuccari, dove vive Sperelli.
A proposito delle ambientazioni del romanzo, è interessante notare che 'Ca Zuccari é uno dei palazzi più barocchi di Roma e riflette colui che lo abita. Il barocco é sproporzione e vistosità per creare stupore, così è Sperelli, eccessivo e oltre misura nella sua passione, alla continua ricerca della vistositá che lo faccia differenziare dalla massa.

Il piacere è una forza istintiva che guida l'uomo e che alla fine lo rende schiavo delle cose perché lo spinge a cercare la sua soddisfazione sempre in beni materiali e finiti, che però non si esauriscono mai (si potrebbe fare un parallelismo con Epicuro e i desideri naturali e innaturali, ma la recensione non finirebbe più). Così facendo l'uomo precipita del mondo dell'impersonalitá  (quello del "si" impersonale: si dice, si fa...), quel mondo della società di massa che si stava affermando al tempo di D'Annunzio e che Sperelli con aristocratico disprezzo voleva evitare. Nella società di massa si perde l'individuo, ma anche quando ci si assoggetta agli oggetti, poiché si perde la propria soggettività.
Voto: ☆☆☆☆

mercoledì 11 novembre 2015

Recensione: Il corso delle cose

Titolo: Il corso delle cose
Autore: Andrea Camilleri
Casa Editrice: Lalli
Anno di pubblicazione: 1978   
Lingua originale: italiano (o meglio: pseudo-dialetto siciliano) 
Riconoscimenti: //                      
Data di lettura: 20 ottobre 2015        
Trama:
Il commissario Corbo indaga su un cadavere trovato in campagna, ma nello stesso tempo qualcuno spara a Vito Macaluso, un uomo che non aveva mai dato fastidio a nessuno.
In Sicilia si muore sempre di corna, si dice. Sarà anche questa volta vero?
Recensione:    
Io amo lo stile Camilleri, ma di lui conoscevo solo le avventure di Montalbano, che ho letto tutte e quindi ho parecchio materiale per considerarlo uno dei miei autori preferiti, ma volevo vederlo fuori da Montalbano, così ho deciso di leggere Il corso delle cose , che avevo a casa.
La trama mi ha catturato a tal punto che l'ho finito in tre giorni, nonostante avessi poco tempo per leggere.
Infatti più procedevo nella lettura più si dimostrava che era impossibile che qualcuno avesse potuto sparare a Vito.
L'unico elemento che non mi ha tanto convinto é l'arrivo del capo della Finanza, il quale rivela al commissario Corbo indizi utili per l'indagine. Infatti mi è sembrato una sorta di deus ex machina un po' forzato o l'arrivo di un messaggero che risolve la situazione.
Invece ho apprezzato molto tutti i quadretti di vita paesana e i dialoghi, che calzano perfettamente ai personaggi e ai luoghi narrati, rendendo la lettura davvero piacevole.
In conclusione, questo libro non ha smentito la mia stima per Camilleri, infatti ho ritrovato che lo stile di descrizione dei paesaggi e  dei dialoghi era presente fin dalla suo primo romanzo.
Voto: ☆☆☆☆☆

lunedì 24 agosto 2015

Recensione: Il sentiero dei nidi di ragno


Titolo: Il sentiero dei nidi di ragno
Autore: Italo Calvino
Casa Editrice: Einaudi
Anno di pubblicazione: 1947 
Lingua originale: italiano
Riconoscimenti: vincitore della prima edizione del premio Riccione                    
Data di lettura: 18 luglio 2015          
Trama: Seconda guerra mondiale: Pin è un ragazzo che vive sospeso tra il mondo dei grandi e quello dei bambini, senza appartenere veramente a nessuno dei due. Un giorno ruba una pistola a un tedesco per conto dei grandi ed è costretto a scappare e a vivere da grande, pur essendo fondamentale un bambino, i fatti si arruola con i partigiani, senza mai combattere.
Recensione: Ho letto con molta curiosità questo libro di Calvino dal momento che, neanche a farlo apposta, é uscito come traccia all'esame di maturità.
Fin dalle prima pagine Pin, il protagonista, mi ha fatto molta tenerezza perché è un bambino che vorrebbe essere grande e allo stesso tempo troppo grande per stare con i bambini. Pin vive un'età di passaggio che io ho vissuto in tempi abbastanza recenti e    che forse sto ancora vivendo, anche se non come Pin.
"Pin vorrebbe sdraiarsi nella cuccetta e stare ad occhi aperti a fantasticare, mentre il tedesco là sbuffa e la sorella fa versi come per un solletico sotto le ascelle, fantasticare di bande di ragazzi che lo accettino come loro capo perché lui sa tante cose, e tutti insieme andare contro i grandi e picchiarli e fare cose meravigliose, cose per cui anche i grandi siano costretti ad ammirarlo e a volerlo come capo, e insieme volergli bene e a carezzarlo sulla testa. Ma lui invece deve muoversi nella notte solo e attraverso l'odio dei grandi, e rubare la pistola al tedesco, cosa che non fanno gli altri ragazzi che giocano con pistole di latta e spade di legno."
                                    
Pin ha un segreto, che vorrebbe condividere con un amico fidato: lui conosce il luogo in cui fanno il nido i ragni. Il sentiero dei nidi di ragno rappresenta con maggior evidenza la fanciullezza di Pin, infatti è lì che nasconde la pistola che ha rubato al tedesco per compiacere i grandi.
La storia è incentrata su Pin e la narrazione avviene secondo il suo punto di vista, per questo il linguaggio è semplice, anche nel descrivere gli eventi importanti, filtrati dagli occhi di un bambino. Non a caso ricorre molto spesso la parola meraviglioso, che indica come i bambini vedono spesso il mondo.
Citazione"E a Pin non resta che rifugiarsi nel mondo dei grandi, dei grandi che pure gli voltano la schiena, dei grandi che pure sono incomprensibili e distanti, per lui come per gli altri ragazzi, ma che sono più facili da prendere in giro."
Voto

venerdì 17 luglio 2015

Recensione: uno, nessuno e centomila

Ecco finalmente la recensione di 'Uno, nessuno e centomila'!
Qualcuno vuole condividere i suoi pensieri su questo libro con me?


Titolo: Uno, nessuno e centomila
Autore: Luigi Pirandello
Casa Editrice: rivista 'Fiera letteraria'
Anno di pubblicazione:  1926   
Lingua originale: italiano 
Riconoscimenti: / /                        
Data di lettura: 9 giugno 2015          
Trama: Vitangelo Moscarda, uomo di buona posizione economica nel paese di Richieri, inizia a chiedersi come gli altri lo vedono e questo suo pensiero diventa un'ossessione, che lo porta quasi alla follia.
Recensione: Premesso che Pirandello è il mio scrittore preferito, anche questo libro non ha smentito la mia stima nei suoi confronti.
Mi piace il modo con il quale, ancora una volta, analizza la psiche umana. Infatti Vitangelo Moscarda, da un'osservazione fatta con noncuranza dalla moglie a proposito del suo naso pendente verso destra, del qual non si era mai accorto, comincia a pensare che ognuno vede la realtà in modo diverso dagli altri. Pertanto non esiste un Vitangelo Moscarda, ma centomila Vitangelo Moscarda, che però non sono realmente lui, quindi risulta essere nessuno. 
Questa convinzione del relativismo della realtà porta il protagonista quasi alla pazzia, tema caro a Pirandello  (cfr. Enrico IV), che sembra ritenere che i pazzi abbiano capito meglio la realtà, ma poiché quest'ultima è in contrasto col dire comune, sembra follia.
Un altro tema caro a Pirandello è quello della doppia identità, presente sia nel già citato "Enrico IV", ma anche in "Sei personaggi in cerca d'autore", "Il fu Mattia Pascal", "Così è, se vi pare" e in altre opere della letteratura come in "Dr. Jekil e Mr. Hyde" di Stevenson.
Questo tema qui è amplificato perché non si tratta di una doppia identità, ma di centomila identità diverse, che annichiliscono.    
In generale posso dire che si riconferma l'interesse per l'essenza dell'uomo, infatti in Pirandello è sempre presente il dramma del 'chi sono?'
In quest'opera Pirandello estremizza la corrente filosofica del relativismo, ma questo mi commuove perché mette in luce l'umanissimo desiderio di una realtà assoluta e quindi di una verità assoluta.
Per quanto riguarda lo stile, ho trovato quest'opera più filosofica delle altre he ho letto perché per buona pare del libro leggiamo i pensieri del protagonista che, anche se inseriti in una cornice narrativa, sono discussioni filosofiche, ma l'ho apprezzato ugualmente perché mi ha dato molti spunti di riflessione, che io cerco sempre nei libri.
CitazioneL'essere agisce necessariamente per forme, che sono le apparenze che esso si crea e a cui noi diamo valore di realtà.
Voto

venerdì 12 giugno 2015

Recensione: L'Erede della Luce


Titolo: L'Erede della Luce
Autore: Luca Rossi
Casa Editrice: self-publishing
Anno di pubblicazione: 2014
Lingua originale: italiano
Riconoscimenti: //
Data di lettura: 7 giugno 2015
Trama: Lil e Miril sono tornate indietro nel tempo per impedire la modifica della linea temporale.
A Isk Aleia è diventata regina, ma poichè la gente inizia a diventare trasparente, avendo appreso che ciò è dovuto a una modifica della linea temporale, decide di fare un viaggio nel tempo per impedirlo. Ma questi viaggi finiscono inevitabilmente per modificare il passato, creando così un nuovo ramo del tempo...
Recensione: L’Erede della Luce è il secondo volume de I Rami del Tempo e l’ho trovato più fantascientifico rispetto al primo, nel quale prevaleva l'aspetto fantasy, e più avvincente.
Sono rimasta a lungo col fiato sospeso, seguendo le avventure dei personaggi, alcuni dei quali mi hanno sorpreso, come Lil, che ha avuto una grande evoluzione: da debole e insicura a donna che prende iniziative, alcune più discutibili di altre, per salvare se stessa e le persone che le stanno a cuore.
Un altro personaggio che mi ha stupito è Aleia, la prima moglie di re Beanor, infatti, nonostante la sete di potere, si rivela essere una sovrana migliore del marito.

Questo libro non è più ambientato a Turios, infatti alla Isk del passato e del presente si aggiunge un nuovo ambiente:  la Federazione dei Mondi. Non saprei come descrivervi quest’ambiente, dato che per farlo userei l’aggettivo ’fantascientifico’ e non sarebbe una novità, dato che vi ho già detto che questo libro è più fantascientifico del precedente. Diciamo che l’autore riesce bene nel suo intento e, come spesso mi accade quando leggo libri di fantascienza, rimango affascinata dalle descrizioni delle navicelle spaziali e di tutti i loro marchingegni.

Le orge del re lasciano il posto alle scene di amore omosessuale, sicuramente più piacevoli, per i miei gusti. In effetti, soprattutto in questo libro, sembra dominare l’amore omosessuale, è descritto più intensamente rispetto a quello eterosessuale e l’ho apprezzato perché fino ad ora avevo letto solo fan fiction con questo genere di coppia e mai libri (ora che ci penso, mi sembra strano …).

Ho apprezzato le riflessioni di alcuni personaggi, poiché sono anche degli interessanti quesiti filosofici. Ad esempio Miril si interroga su cosa limiti la sua libertà, chiedendosi se forse non è lei stessa il limite alla sua libertà.
Anche questo secondo volume ha un finale aperto, anche se non condivido la scelta di inserire un nuovo personaggio poche parole prima di concludere il libro. Nonostante i finali aperti mi facciano morire dalla curiosità, in fondo mi piace il senso di attesa; tuttavia inserire un nuovo personaggio mi sembra una forzatura perché io, personalmente, sarei stata ugualmente curiosa di scoprire dove erano finiti i personaggi e perché si trovavano in quel luogo, quindi l’effetto di suspense ci sarebbe stato lo stesso.
Citazione: E' lei stessa la luce. Ma voi non siete in grado di percepirne la magia, la bellezza, il lato umano e quello divino.
Voto

sabato 6 giugno 2015

Recensione: I rami del tempo



Titolo: I rami del tempo
Autore: Luca Rossi
Casa Editrice: self-publishing
Anno di pubblicazione: 2014
Lingua originale: italiano
Riconoscimenti: //
Data di lettura: 5 giugno 2015
Trama: Gli abitanti dell'isola di Turios vengono sterminati da una poggia di schegge, solo Bashinoir e sua moglie Lil si salvano, rifugiandosi nel Tempio, dove si trova la sacerdotessa Miril. Gli abitanti di Turios erano emigrati moltissimi anni prima da Isk, ma solo gli Anziani e i due sacerdoti sanno il motivo. Il male che proviene da Isk sembra essere riuscito ad attaccare l'isola, nonostante le barriere magiche create dai sacerdoti e i superstiti devono capire come fare per sconfiggerlo prima che la linea temporale in cui vivono svanisca definitivamente.
Recensione: Finalmente sono riuscita ad ultimare questo libro, inviatomi dall'autore non so quanto tempo fa. Purtroppo infatti era un periodo incasinato per via della scuola, tant'è che ho deciso di ricominciarlo ieri, quando avevo tempo per finirlo.
Partiamo dall'ambientazione: l'isola di Turios è ben descritta, mi ricorda un po' un locus amenus perchè la natura è provvida e tutti vivono in armonia tra di loro. Il bosco, la scogliera, il mare... è il genere di ambiente che mi piace, quindi sono entrata subito in sintonia con i personaggi, in particolare con Bashinoir.
Isk invece mi ricorda i poemi cavallereschi, infatti l'isola è governata dal tiranno Beanor, il quale, con l'aiuto dei maghi, cerca di abbattere la barriera che lo separa da Turios per allargare i suoi domini.

I personaggi sono analizzati nella loro psicologia. Conosciamo i dubbi, il dolore e la solitudine di Bashinoir e il conseguente desiderio di vendetta, quando scopre che la moglie diventerà sacerdotessa per proteggere l'isola e loro stessi. Sono sentimenti umanissimi e comprensibili e devo dire che a un certo punto ho desiderato per assurdo che Bashinoir morisse perchè non volevo vederlo soffrire così. Quindi Luca Rossi è molto bravo nel far entrare il lettore in sintonia coi personaggi (addirittura soffrivo con Bashinoir). Ho apprezzato particolarmente come viene instillato in Bashinoir il dubbio che la sacerdotessa non sia ciò che appare e i conseguenti sentimenti dell'uomo, già non bendisposto nei confronti della sacerdotessa.
Lil invece è combattuta, da un lato non vuole rinunciare al marito, che ama moto, dall'altro desidera diventare sacerdotessa. Da sacerdotessa vuole rimanere amica di Bashinoir, ma lui non riesce a tollerare di esser stato privato della moglie e la evita.
Miril, la sacerdotessa è un personaggio intrigante e affascinante, da un lato è dolce con Miril, ma sa essere temibile con chi la delude.
Il tiranno Beanor è ovviamente odioso e amante del sesso, infatti ha molte concubine. Sono descritte molte scene di sesso, anche se nulla di osceno, inizialmente mi avevano imbarazzato perchè non avevo mai letto nulla di così esplicito, ma proseguendo con la lettura le ho trovate molto adatte a caratterizzare il personaggio.
Ho trovato interessanti anche i personaggi dell'apprendista e dell'ultima moglie del re, Milia, poichè dimostrano che, nonostante le circostanze, il desiderio di libertà è indomabile.

Ciò che mi ha affascinato è il discorso sui rami del tempo. Infatti all'inizio del libro scopriamo che i cadaveri degli abitanti di Turios sono incredibilmente scomparsi e nel corso della storia la stessa Lil scompare per brevi istanti. Miril capisce che questo è dovuto al fatto che è stato cambiato il passato, quindi è come se non fossero mai esistiti e se non vogliono sparire definitivamente devono fare un viaggio nel tempo.
Lo stile è scorrevole e accattivante, divorerete il libro in poco tempo.
Il finale è aperto e come sempre mi capita col kindle, non guardo l'avanzamento del libro e giro pagina convinta che il libro continui e invece è finito, quindi sono rimasta a bocca aperta e non vedo l'ora di leggere il sequel ^^
Citazione: E il ramo secco del tempo cadde dall'albero.
Voto

sabato 23 maggio 2015

Recensione: Il piccolo principe



Titolo: Il piccolo principe                                                    
Autore: Antoine de Saint-Exupery         
Casa Editrice: Bompiani      
Anno di pubblicazione: 1943     
Lingua originale: francese   
Riconoscimenti:
Data di lettura: 2002, aiutata da mia madre perché avevo solo 5 anni, ma poi ovviamente l'ho riletto un sacco di volte ^^     
Citazione:          
Trama:  L'autore ha un incidente in aeroplano nel deserto e qui incontra un bambino, che gli chiede di disegnargli una pecora. Questo bambino è il piccolo principe, che proviene da un altro pianeta e inizia a raccontargli i suoi viaggi.              
Recensione:  Molte persone amano questo libro e io ho sempre pensato che fosse impossibile non amarlo, anche se successivamente mi sono resa conto che diverse persone non lo apprezzano folli!.
Per questo con la mia recensione ho intenzione di spiegare perché io lo adoro.
È una metafora della vita, quindi a ogni età dice qualcosa di nuovo perché è diversa la domanda con la quale ci poniamo nei confronti della vita.
A 5 anni ovviamente avevo apprezzato solo la favola del piccolo principe, anche se mi era piaciuto come il piccolo principe coltivasse la sua amicizia con la volpe e mi era rimasto anche impresso il lampionaio, anche se non ricordo il motivo.
Successivamente ho scoperto i vizi, la morte, il problema del male e sono letteralmente cresciuta con questo libro.

È scritto per i bambini e raccontato da un bambino perché i bambini nella loro semplicità e innocenza riescono a comprendere la realtà meglio degli adulti perché hanno un rapporto più puro con essa, non sono influenzati dalle convenzioni sociali, non si preoccupano degli affari, del profitto e riescono a raggiungere l'essenziale nei rapporti. Quell'essenziale che, come dice il piccolo principe stesso, si coglie solo col cuore, perché è invisibile agli occhi (e all'intelletto, aggiungo io).
Per questo al piccolo principe importa il nome di un amico, mentre agli adulti quanto guadagna suo padre, al piccolo principe importa che sul suo pianeta ci sia un fiore che ha bisogno delle sue cure, mentre al cartografo non importa.

Lo stile rispecchia il messaggio dell'autore ed è adatto al target a cui il libro è rivolto, infatti è semplice e lineare, ma il ritmo rimane sempre vivo grazie alla curiosità del piccolo principe.
Come si fa quindi a non amare un libro che parla della vita? Sarà che io amo l'aspetto esistenzialista, le allegorie e i libri con le morali  (per questo adoro le favole), insomma sarà quel che sarà.
Voi cosa ne pensate?
Voto: