sabato 1 agosto 2020
Recensione: "Cuore di tenebra" di Joseph Conrad
mercoledì 22 luglio 2020
Recensione: "L'inventore di sogni" di Ian McEwan
Tuttavia in occasione della tappa di giugno della mia challenge #viaggiatoritralerighe ambientata in uno degli stati in cui regna la regina Elisabetta e visto il periodo di esami, ho deciso di leggere questo libriccino.
La prima cosa che ho apprezzato è stata l'incipit ed ero subito pronta a ricredermi sul libro, tuttavia le prime storie (che tra l'altro già conoscevo) non mi hanno comunicato granché e questo mi ha reso difficile avere voglia di continuare la lettura. Devo dire che col senno di poi anche i primi racconti, come quello delle bambole che si vendicano perchè Peter ha rubato loro la stanza o quella in cui il protagonista entra nel corpo del suo gatto aiutano a comprendere che sta per avvenire un cambiamento: il Peter bambino deve diventare grande e il passaggio è traumatico, per questo ha bisogno di affrontare alcune sfide che gli daranno grandi insegnamenti.
Dico col senno di poi perché man mano che la storia procede la crescita di Peter diventa sempre più evidente e infatti ho iniziato ad apprezzare di più questo libro. I miei racconti preferiti sono quello sul prepotente e quello finale, talmente verosimile che penso che ognuno di noi da bambino abbia fatto un tale sogno.
Cambiamento e crescita sono i temi fondamentali di questo romanzo, al quale non manca un pizzico di magia, perché si sa che nei sogni può accadere qualunque cosa. I temi sono in un certo senso già anticipati nella citazione scelta da McEwan e messa come epigrafe all'inizio del libro: si tratta di una frase dalle Metamorfosi di Ovidio e, leggendo proprio oggi l'inizio di un altro libro di questo scrittore inglese, mi sono resa conto di quanto sia fondamentale: non è solo evocativa, ma dice del cuore del romanzo.
Quello di McEwan è un esperimento interessante: un libro per bambini in cui lo stesso scrittore ritorna bambino, immaginandosi i sogni del suo protagonista, sogni però che sembrano così reali (e questo capita a un sacco di persone che sognano) che a volte perfino io mi dimenticavo che in realtà era, appunto, tutto un sogno.
Lo stile è favoloso, ogni parola è posizionata alla perfezione e risulta coerente con l'età del protagonista. Sicuramente, anche se il libro non è tra i miei preferiti, proprio perché ho amato lo stile mi è venuta voglia di leggere altri suoi libri che mi ispirano di più, come "Nel guscio" che ho iniziato oggi.
Voto: ☆☆☆|5
martedì 12 maggio 2020
Recensione: "Il castello bianco" di Orhan Pamuk
Una metafora sul rapporto tra Oriente e Occidente
Trama: Nel Seicento un italiano viene catturato dai Turchi e venduto come schiavo ad un astronomo musulmano, sorprendentemente identico a lui. I due lavorano insieme a diversi progetti tecnico-scientifici per il Padiscià, guadagnandone entrambi la stima. Progettano anche un macchinario bellico per la guerra in Polonia, che però non funziona. A seguito di questo evento solo uno dei due uomini tornerà in Turchia.
Recensione: Ho letto "Il castello bianco" perché quest'anno, frequentando un corso di laurea magistrale in inglese, ho conosciuto una ragazza turca, di cui sono diventata amica. Mi ha molto incuriosito il suo paese e la sua cultura perché per certi versi assimilo molto i turchi ai greci (ma loro odiano questa cosa) e quindi agli europei, per altri versi, in primis per la religione musulmana e l'influenza culturale che ne consegue.
Per questa mia curiosità ho deciso di cercare un libro turco da leggere e ho scoperto Orhan Pamuk, lo scrittore turco più conosciuto al mondo, vincitore anche del Nobel per la Letteratura nel 2006.
Parlando adesso del libro, il romanzo inizia in medias res con la voce narrante, un italiano, che viene catturato dai Turchi mentre si trova su una nave a causa della vigliaccheria del proprio comandante. Viene quindi portato a Istanbul e imprigionato come schiavo ma, spacciandosi per medico, riesce a evitare i compiti peggiori. Un giorno viene invitato alla Corte del Padiscià, che è malato. Qui il protagonista si accorge della straordinaria somiglianza che lui, uomo italiano, ha con un astronomo turco che si fa chiamare Maestro.
Attorno questa somiglianza ruota tutto il libro, infatti l'italiano viene poi venduto all'astronomo e iniziano a lavorare a progetti scientifici insieme, di cui poi si prendeva il merito il turco. Ma al di là di questo, ciò che è estremamente interessante in questo romanzo è il rapporto tra i due uomini, metafora del rapporto tra Oriente e Occidente: il turco è attratto dalle conoscenze dell'italiano e cerca di farsi insegnare da lui tutto lo scibile, tuttavia è anche molto orgoglioso del suo sapere e della sua cultura.
L'elemento curioso è che, pur vivendo insieme, inizialmente il turco non si rende conto della somiglianza con il suo schiavo. Tuttavia quando se ne accorgerà, inizierà ad essere ossessionato da alcune domande esistenziali "cosa rende l'essere umano unico?", "Qual è l'elemento di superiorità degli italiani rispetto ai turchi?".
Su quest'ultima domanda il Maestro si accanisce, prima contro l'italiano e poi con un assurda e ossessa ricerca condotta tra gli uomini più miserabili di fede musulmana e cristiana, che alla fine è volta solo a confermare la sua teoria: i musulmani sono superiori ai cristiani. Sarà così?
Il tema del doppio e dell'identità così come il rapporto tra Oriente e Occidente sono i due perni attorno a cui ruota tutto il romanzo, ambientato in una Turchia descritta con sfumature che mi ricordano quelle di un quadro impressionista.
Per quanto riguarda le descrizioni, una in particolare mi ha colpito per la straordinaria affinità col nostro periodo. Anche a Istanbul nel Seicento scoppia un'epidemia di peste e il Maestro e il protagonista sono chiamati a fermarla. Tra le misure che suggeriscono al Sultano ci sono quelle di evitare gli assembramenti, motivo per cui vengono chiusi i mercati e evitare gli spostamenti. Infatti vengono posti i Giannizzeri a presidio degli ingressi delle città. Vi ricorda qualcosa?
In conclusione posso dire che è stata sicuramente una piacevole lettura, anche se la scrittura di Pamuk è elaborata e non rinuncia a metafore. Alla fine, quello che mi porto con me da questa lettura è la famosa frase del film Mediterraneo di Salvatores: "Italiani, Turchi: una faccia, una razza".
p.s. i dolcetti che vedete in foto vengono proprio dalla Turchia, sono un regalo della mia amica :)
martedì 31 marzo 2020
Recensione: "Lo Hobbit" di Tolkien
Lo Hobbit
Là dove il mondo di Tolkien ebbe inizio
Bilbo è un Hobbit di 50 anni, vive nella sua comoda caverna della Contea, quando un giorno riceve la visita dello stregone Gandalf. Da quel momento la sua vita cambierà per sempre e partirà in fretta e furia, in veste di Scassinatore, insieme ai Nani per la riconquista di un tesoro, un tempo appartenuto ai Nani, custodito dal drago Smog. Un'avventura che, nonostante i pericoli anche mortali, si rivelerà arricchente e cambierà profondamente il carattere di Bilbo, risvegliando il suo lato Tuc.
Coraggio, astuzia e intraprendenza sono attributi che Bilbo pian piano inizia a manifestare, tuttavia ciò che più mi è piaciuto di questo personaggio è che rimane sempre uno Hobbit, amante della pace e incline alla pietà e al perdono.
Un elemento interessante è che nello Hobbit troviamo un esempio di serendipità (vi rimando all'articolo di Artspecialday ove ho trovato questa analisi della serendipità) .
Secondo la Treccani online serendipità è la capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte (specialmente in campo scientifico), mentre si sta cercando altro. Serendipità però è molto più di un colpo di fortuna perché richiede una certa predisposizione d'animo personale, come la storia di Bilbo dimostra. Per un fortuito caso egli trova l'Anello (anche se Tolkien in ISDA dirà che l'Anello stava cambiando padrone per cercare di ricongiungersi a colui che lo aveva forgiato), ma grazie alla sua perspicacia riesce a utilizzarlo in maniera astuta per salvare se stesso e gli altri. Nell'articolo si dice che probabilmente Tolkien non aveva in mente la serendipità, infatti in tutta la sua opera non si trova questo vocabolo o sinonimi, tuttavia è un ottimo esempio di questa abilità da cui tutti noi possiamo imparare.
Per converso i Nani, e in particolare il loro capo, Thorin Scudodiquercia, non mi sono mai stati simpatici: inizialmente non credono che Gandalf abbia fatto la scelta giusta proponendo loro Bilbo come compagno di viaggio, poi si ricredono, ma tendenzialmente continuano ad essere orgogliosi e monolitici.
Lo stregone Gandalf il Grigio è invece il classico personaggio che nei fantasy interviene per aiutare l'eroe. Nei primi incontri coi nemici, come Cavalieri Neri o Troll, è sempre lui che risolve la situazione, anche se dopo esce di scena per lasciare emergere il protagonista, Bilbo, e le sue abilità. Ho sempre ritenuto Gandalf un personaggio potente e indistruttibile, pertanto un aspetto che ho apprezzato è che in alcune situazioni anche lui teme di non farcela, anche se poi anche con un pizzico di fortuna riesce a trovare una soluzione.
Il libro si configura dunque con tutti gli elementi tipici del fantasy e della fiaba: protagonista, avventura, prove da superare, oggetto magico, antagonista e aiutante. Tuttavia verso la fine a mio avviso si discosta dal tradizionale canovaccio in un modo che mi ha sorpreso, ma che ho apprezzato molto.
Un'altra cosa che mi è piaciuta è che nella battaglia finale si ritrovano quasi tutti i personaggi incontrati lungo la storia.
Lo stile è diverso da quello del Signore degli Anelli, si capisce che questa storia era stata pensata per i bambini, infatti ci sono descrizioni meno articolate, solo quel che basta per caratterizzare luoghi e personaggi, e il narratore chiama spesso in causa il lettore/ascoltatore con frasi tipo: "Ti ricordi?". Mi fa pensare anche a un libro rivolto ai bambini il fatto che a volte il narratore dica frasi come "Questo accadrà molto più avanti" perché sono espedienti per mantenere la curiosità. Comunque proprio questa diversità di stile mi ha fatto apprezzare Lo Hobbit più di ISDA alla mia prima lettura.
Complessivamente sono felice di avere avuto con #ungdlperscorirli l'opportunità di leggere in primis Lo Hobbit perché ci sono alcuni personaggi o concetti che qui vengono spiegati bene, apparendo per la prima volta, come i Cavalieri Neri o Gollum. Grazie a Lo Hobbit rileggendo adesso Il Signore degli Anelli lo sto apprezzando molto di più e sto notando un sacco di dettagli che prima mi erano sfuggiti, soprattutto per ciò che ha a che fare con l'Anello e il suo funzionamento.
Scheda libro:
Titolo: Lo Hobbit
Autore: J.R.R. Tolkien
Anno di pubblicazione: 1937
Lingua originale: inglese
Pagine: 342
Genere: fantasy
giovedì 5 marzo 2020
Recensione: "Un tenebroso affare" di Balzac
Il primo noir della letteratura
Finalmente è arrivata la recensione del primo libro che ho letto nel 2020: Un tenebroso affare di Honorè de Balzac.
Il romanzo trae spunto da un fatto di cronaca realmente accaduto nella Francia degli anni '30 dell'Ottocento, tra la rivoluzione e la restaurazione monarchia, con Napoleone in ascesa (Napoleone che farà anche la sua comparsa verso la fine del libro).
Il primo personaggio che entra in scena è Michu, un fattore della campagna francese che gestisce la proprietà di Godrenville. Nella sua descrizione, che ricorda la tecnica del Lombroso, sembra un personaggio abietto e negativo, il lettore si aspetta che faccia una brutta fine e sei quasi contento di questo, ma poi arriverà a simpatizzare per lui. Qui si intravede la ricerca antropologica che Balzac stava conducendo in quel periodo e che lo porterà alla sua opera principale, La Commedia Umana.
Tuttavia il personaggio che traina fino alla fine la vicenda è mademoiselle Laurence de Cinq-cygn, simbolo di una aristocrazia indomita che odia Napoleone e trama per il ritorno dei Borboni. Una donna forte, come le sue nobili antenate, coraggiosa, orgogliosa e astuta, ma che nel corso della vicenda imparerà anche a riconoscere il limite.
Balzac descrive gli intrighi di potere tipici di quel periodo di transizione in cui tutti fingono di collaborare l'uno con l'altro, ma in realtà cercano sempre un modo per tenere in scacco l'altro e uscire indenni dalle situazioni. Queste trame rendono tenebroso e oscuro l'affare in cui vengono implicati Michu, mademoiselle Laurence de Cinq-cygn e i suoi cugini, un caso che Balzac descrive in maniera da far perdere il lettore e a far crescere in lui il desiderio di scoprire come siano andate veramente le cose.
La prima parte del romanzo è abbastanza lenta e molto descrittiva, probabilmente anche perché il romanzo veniva raccontato a puntate, ma i capitoli si interrompono sempre in modo da creare suspense. La seconda parte invece coinvolge molto di più il lettore che rimane invischiato nelle macchinazioni dei personaggi politici, il ritmo è serrato, ma non si corre verso il finale, infatti Balzac ci regala un excursus sulla legge e sui tribunali francesi in quel periodo. Il fatto che l'esito del processo non risolva la situazione mi è molto piaciuto, ma qui arriva quella che io ritengo essere la parte più debole: il finale.
Il finale non mi ha convinto, il libro poteva finire un capitolo prima e lasciare tutto irrisolto, un vero "tenebroso affare". Non mi ha convinto perché l'agnizione avviene in maniera decisamente scollegata dal resto dei fatti, a distanza di tempo. Da un lato è un bell'espediente che sicuramente funziona, dall'altro ha avuto in me l'effetto di smorzare il pathos che l'autore aveva così abilmente creato e che era culminato nel processo e nel suo esito.
Complessivamente una lettura coinvolgente, anche se non molto scorrevole, la voglia di scoprire quale sia il "fattaccio" oggetto del titolo mi ha trainato verso la fine. Interessante perché è uno dei primi noir della letteratura, infatti troviamo i tipici elementi che caratterizzeranno il genere a partire dagli inizio del Novecento: i protagonisti sono i sospettati esecutori del caso attorno a cui ruota tutto il racconto, e hanno tutti delle qualità auto-distruttive, a partire da Michu, provocatorio e brusco in ogni sua azione, mademoiselle Laurence de Cinq-cygn, troppo ribelle e orgogliosa, e i suoi cugini, i De Simeuse, che tramando per il ritorno dei Borboni. Inoltre il sistema legale e politico è facilmente influenzabile, se non addirittura corrotto, e alla fine a trionfare non sarà la giustizia, ma i furbi e coloro che sapranno scendere a compromessi.
Titolo: Un tenebroso affare
Autore: Honorè De Balzac
Anno di pubblicazione: 1841
Lingua originale: francese
P.s. Occorre menzionare che la piacevolezza della lettura è stata data anche dalla vecchia edizione della Newton Compton con delle bellissime note utili e funzionali.
martedì 17 dicembre 2019
Recensione: uomini e topi
Il 2019 sta finendo ed è giunto il momento di ricapitolare le belle letture, una di queste è sicuramente Uomini e topi.
Titolo: Uomini e topi
Autore: John Steinbeck
Anno di pubblicazione:
Lingua originale: americano
Voto: ☆☆☆☆☆
Recensione:
Una breve storia, ma decisamente intensa quella di George e Lennie, due poveri uomini americani di inizio Novecento che viaggiano per il grande stato cercando lavoro come braccianti. È una condizione diffusa in quegli anni in America: uomini che vagano soli alla ricerca di un lavoro per vivere, bramando di possedere un giorno un piccolo pezzo di terra da coltivare e dai cui trarre da vivere. George e Lennie invece viaggiano insieme. Lennie è un omone con una straordinaria forza, ma con un ritardo mentale che lo fa assomigliare a un bambinone, mentre George è piccolo, ma funge da mente della coppia. Per colpa di Lennie che combina involontariamente guai spesso i due vengono cacciati dai ranch per i quali lavorano. Lennie è un peso peso per George, che però è deciso a prendersi cura di lui portandoselo sempre dietro e parlando lui ogni volta che devono trovare un lavoro. Per cercare di evitare che Lennie combini guai, George gli racconta che quando avranno guadagnato abbastanza soldi compreranno un pezzo di terra e lui potrà accudire i conigli. Infatti Lennie ama accarezzare le cose morbide e questo è spesso l'origine delle spiacevoli situazione in cui mette se stesso e George.
Il breve racconto di Steinbeck affronta tematiche importanti come quelle dell'estrema povertà della classe contadina agli inizi del Novecento e della conseguente emarginazione, ma anche dell'umanità e della solidarietà che può nascere in situazioni così disperate. Il senso dell'umano, intendendo come tale ciò che dice lo scrittore latino Terenzio: homo sum, humano nihil a me alienum puto, è ciò che ho più apprezzato di questo libro, anche nel finale che mi ha fatto rimanere male, ma che è parte della bellezza del libro.
giovedì 18 aprile 2019
Recensione: Time Crawlers
Autore: Varun Sayal
Anno di pubblicazione: 2018
Lingua originale: inglese
domenica 27 agosto 2017
Recensione: Le notti bianche
Titolo: Le notti bianche
Autore: Fedor Dostoevskij
Data di lettura: 14 agosto 2017
Trama: In una notte piena di stelle e in una San Pietroburgo innevata e vuota il nostro protagonista incontra una ragazza che piange, Nat'ska, della quale si innamora e alla quale inizia a raccontare la sua vita.
Recensione:
Era da tempo che volevo leggere questo breve romanzo di Dostoevskij perché tutti me ne parlavano molto bene e, sebbene mi sia piaciuto, ha un po' deluso le mie aspettative.
Cominciando dall'inizio, l'incipit mi è piaciuto moltissimo, mi sono subito immaginata la notte stellata e mi sono immersa nel racconto.
Il protagonista, del quale non viene detto il nome, è il classico uomo romantico: incapace di vivere nella realtà si rifugia nei sogni, nell'immaginazione e nei romanzi. "In sogno creo interi romanzi" afferma. Anche il narratore dice che parla come un romanzo e la stessa ragazza lo riconosce: "Voi raccontate in modo meraviglioso, ma raccontate in modo meno meraviglioso, giacché parlate come se leggesse un libro".
Finalmente uno dei film mentali (perdonatemi questa espressione più "moderna") del protagonista pare avverarsi: incontra una ragazza uguale a quella sognata. All'improvviso può provare nella realtà i forti sentimenti che ha vissuto in sogno. Al protagonista sembra di aver raggiunto la somma beatitudine.
Il racconto mi è piaciuto e continuo ad apprezzare Dostoevskij per i personaggi fortissimi che costruisce, infatti sono riuscita a provare allo stesso tempo disprezzo e poeta per quest'uomo, essenzialmente solo, che si nutre di immaginazione per vivere.
Tuttavia sono rimasta un po' delusa perché ci sono tutti i temi del Romanticismo (la notte, il sogno, la fuga dalla realtà, la solitudine) e io mi aspettavo qualcosa di più.
Voto: ☆☆☆☆
domenica 12 febbraio 2017
Mini recensione: "Persepolis" di Marjane Satrapi
Autrice: Marjane Satrapi
Data di lettura: 7 febbraio 2017
Casa editrice: Rizzoli-Lizard
Anno di pubblicazione: 2000
Lingua originale: francese
Trama: Il fumetto descrive la vita di Marjane Satrapi dall'infanzia in Iran, a cavallo della caduta dello Scià e dell'avvento della rivoluzione islamica con il nuovo integralismo, alla successiva maturità in Europa dove una ragazza ormai cresciuta conoscerà un nuovo mondo ed uno stile di vita completamente differente da quello del suo paese, non privo anch'esso di contraddizioni. Infine la protagonista tornerà nel suo paese con la sua nuova coscienza e cultura, laica e occidentale.
Recensione:
È la prima volta che recensisco un fumetto, quindi non so bene come fare ^^"
Voto: ☆ ☆ ☆ ☆ ☆
venerdì 27 gennaio 2017
Recensione: I sommersi e i salvati- una riflessione per il giorno della Memoria
Titolo: I sommersi e i salvati
Autore: Primo Levi
Anno di pubblicazione:
Data di lettura: agosto 2015
Riconoscimenti: //
In passato avevo letto "Se questo è un uomo" e mi era piaciuto, ma questa, che è la sua opera prima del suicidio, mi è piaciuta di più perché non è un racconto, ma una sorta di riflessione.
Ho trovato l'intero libro davvero interessante e non posso riportarlo tutto in questa pseudo-recensione, quindi condivido con voi alcuni fra i tanti pensieri che mi hanno colpito.
In primis ho trovato molto interessante la sua riflessione sulla testimonianza: spesso gli accusati del genocidio raccontavano versioni false degli eventi, ma a furia di raccontarli credevano che fosse la verità.
Un'altra riflessione che mi è piaciuta è quella sulla salvezza dei malvagi. Riprendende una storia di Dostoevskij in cui una vecchia veniva salvata, nonostante le malvagità commesse, per l'unica buona azione compiuta e mi ha stupito vedere che un uomo come Primo Levi, dopo tutto quello che ha passato e essendo anche ateo, potesse pensare una cosa del genere (pensiero che condivido, motivo ulteriore per cui il libro mi è piaciuto).
Bella anche la sottolineatura sulla morte, infatti afferma che lui, in quanto ateo, non ha la sicurezza della vita eterna dopo la morte, eppure si suicida.
Una riflessione che "anticipa" il suo destino é quella sul suicidio dopo i campi di sterminio. Infatti sono pochissime le persone che si sono suicidato durante la detenzione, perché il suicidio é un atto meditato e ragionato, quindi da uomini, mentre nei campi di sterminio erano come animali e avevano tante cose da fare e a cui pensare, non c'era tempo per il suicidio. Dopo la liberazione invece subentra il senso di colpa per non aver
fatto abbastanza e il fatto strano che Levi sottolinea é che i sopravvissuti non si sentono in colpa per aver derubato il vicino o per essere stato prepotente, ma per aver omesso di soccorlo in un momento di debolezza.
Questa riflessione la trovo molto interessante perché normalmente si pensa che i sopravvissuti siano felici per essere scampati alla morte, per essere "rinati", ma Levi stravolge quest'idea e stravolge anche l'idea della gioia della liberazione dei campi di sterminio. Forse qualcuno sarà stato davvero felice, ammette, ma la maggior parte della gente poiché in quel momento cessa la sofferenza personale e la preoccupazione di sopravvivere, pensa alle persone morte e alla vita da ricostruire. Tuttavia spesso la gente che racconta della felicità che ha provato al momento della liberazione non mente, é vittima della stessa deformazione della memoria di cui vi parlavo nella prima persona. Esiste lo stereotipo della liberazione dalle catene=felicità e quindi concludono di essere stati felici.
Un'ultima, a mio parere sconcertante, riflessione, che spiega in parte il titolo é sulla testimonianza dei salvati. Secondo Levi i salvati non sono i veri testimoni perché il vero testimone é chi ha toccato il fondo, chi è morto, perché si parla di campi di sterminio. I salvati sono un'esigua minoranza, che magari è sopravvissuta perché è scesa a compromessi coi potenti, quindi una testimonianza non "degna".
Questo libro mi ha sorpreso, ha capovolto molte mie idee e convinzioni sulla Shoah, inoltre non è la "classica" testimonianza, per questo lo consiglio a tutti :)
Voto: ☆ ☆ ☆ ☆ ☆
Citazione:
"Ora io credo che i dodici anni hitleriani abbiano condiviso la loro violenza con molti altri spazi-tempi storici, ma che siano stati caratterizzati da una diffusa violenza inutile, fine a se stessa, volta unicamente alla creazione di dolore; talora tesa ad uno scopo, ma sempre ridondante, fuor di proporzione rispetto allo scopo medesimo."
domenica 18 settembre 2016
Recensione: Numero Zero
Infatti in entrambi i libri i protagonisti sono dei giornalisti di "giornalacci", c'è sempre un complotto e i giornalisti rischiano la vita perché si sono impiccati in affari che non dovevano essere scoperte. Nel caso del Pendolo di Focoult si tratta dei Templari, qui della pseudo morte di Mussolini, ma il succo é lo stesso.
Considerando che questo è l'ultimo romanzo prima della sua morte, sono dispiaciuta...
La storia è ambientata nel 1992, quindi Eco vuole far vedere come alcuni aspetti, che caratterizzano la società di oggi, si potevano intravedere già nel 1992.
Maia é l'unica donna della redazione, ha 30 anni e ha sempre lavorato nel campo del gossip. Spera che con "Domani" tutto possa cambiare, ma si accorge presto che non è così. Ha delle idee brillanti, che non vengono accolte ed è spesso immersa nel suo mondo, motivo per cui Colonna si innamora di lei. La loro storia d'amore é stata davvero una lettura piacevole, una pausa nella macchina inarrestabile di complotti (nonché una novità, rispetto al Pendolo di Focoult).
Il redattore Braggadocio (il nome ironicamente allude alla sua millanteria) é un complottista, che crede che Mussolini non sia morto, ma sia stato fatto scappare in Argentina dagli Alleati e dal Vaticano, affinché potesse ritornare per scongiurare il pericolo di una rivoluzione comunista in Italia. Al giorno d'oggi ci sono molti complottisti (vogliamo parlare delle famigerate scie chimiche, che ancora non ho capito cosa sono?), quindi con questo personaggio Eco "denuncia" questo aspetto della società.
![]() |
| Via Bagnera, uno dei luoghi dove è ambientato il romanzo. Foto mia (sì, mi sono divertita ad andare in giro a fotografare i luoghi del libro). |
Il finale mi ha piacevolmente sorpreso, sia perchè, abituata ormai alle somiglianze col Pendolo di Focoult, non speravo in una conclusione del genere, sia per l'osservazione finale di Maia sull'Italia.
martedì 13 settembre 2016
Mini-recensione: Chimica della vita e microscopio
Alla fine siccome non avevo ancora finito di leggere il libro di Cosmacini Chimica della vita e microscopio - Pasteur e la microbiologia ho preferito finirlo e lasciarvi un mio parere su questo breve saggio, che ho apprezzato.
Non so quanti di voi siano interessati alle scienze e in particolar modo alla biologia, ma il libro non è troppo tecnico (anzi la questione è affrontata da un punto di iusta filosofico) e la mia mini-recensione non lo è affatto.
Ogni libro di questa collana analizza un personaggio della storia della scienza, in questo caso Pasteur, per cercare di rispondere a questa domanda. Per questo per me si è configurata come una piacevole lettura e sono giunta alla conclusione che un uomo trova sempre uno strumento per dare prova della sua idea. Così ha fatto Pasteur, che si è servito del microscopio per indagare alcuni fenomeni della vita quotidiana, come l'inacidimento del burro o del vino, scoprendo l'esistenza di microrganismi, i batteri, e successivamente trovando il modo di debellarli e ipotizzando che un fenomeno simile potesse accadere per le malattie umane. Purtroppo non riuscì a vedere i virus al microscopio, ma comprese la loro esistenza e aprì la strada alle scoperte scientifiche dell'avvenire.
venerdì 15 luglio 2016
Recensione: Il mondo dell'altrove
Autrice: Sabrina Biancu
Data di lettura: 14 luglio 2016
Citazione:
Recensione: Cinque racconti legati dalla presenza della fantasia, quel dono che sembra sempre più spesso che solo i bambini abbiano.
Eppure questo non è il romanzo fantasy al quale siamo abituati: non ci sono mondi fantastici e creature soprannaturali, bensì uomini immersi nella vita quotidiana. E proprio in questa quotidianità fanno degli incontri "soprannaturali" che li cambiano profondamente.
Nel prologo il bambino non vuole crescere perché ha paura di perdere la fantasia; questi racconti dimostrano invece che un adulto é ancora in grado di utilizzare la fantasia e di trovare in essa un valido aiuto. Perché tutti questi personaggi soprannaturali sono proiezioni dei bisogni dell'uomo e allo stesso tempo soluzione. Ma se è una proiezione della soluzione, vuol dire che l'uomo ha dentro di sé la soluzione.
Inoltre ritengo che in questo periodo storico sia importante che gli adulti conservano il loro animo di bambino: un bambino sa immaginare, un bambino sa sorprendersi, la vita non è un abitudine, non è il solito tran tran, non è frenetica.
Mi sembra che oggi il mondo degli adulti sia troppo frenetico e calcolatore e così si rischia di perdere la fantasia e lo stupore.
Io interpreto così il titolo "Il mondo dell'altrove", un mondo dove molti uomini sanno usare la fantasia anche sanno stupirsi, anche se l'altrove può essere molto più vicino di quanto sembri.
~ Editore Del Bucchia
mercoledì 27 aprile 2016
Recensione: Il piacere
Titolo: Il piacere
Autore: Gabriele D'Annunzio
Casa Editrice: //
Anno di pubblicazione: 1891
Lingua originale: italiano
Riconoscimenti: //
Data di lettura: 19 marzo
Citazione: Dopo, una immensa tristezza la invase; la occupò l'oscura tristezza che è in fondo a tutte le felicità umane, come la foce di tutti i fiumi è l'acqua amara.
Trama: Andrea Sperelli è un nobile che vive a Roma sul finire dell'Ottocento, quando ormai la classe nobiliare è in declino. La sua vita e quella della piccola cerchia di nobili suoi amici è fatta di lusso, ricercatezza, piacere e pettegolezzi. Quando Sperelli conosce Elena Muti se ne innamora subito e inizia una passionale relazione con lei, che però si interrompe bruscamente.
Sperelli continua la sua vita libertina fino a quando, a causa di una ferita in un duello, è costretto alla convalescenza. In questo periodo si purifica dalla passione per Elena Muti e conosce un'altra donna, Maria, della quale si innamora di un amore diverso, più spirituale.
Successivamente torna a Roma, dove si conclude la sua vicenda amorosa.
Recensione: Questa lettura é stata davvero interessante. Ero piuttosto curiosa di leggere questo libro perché mi affascinava l'idea che un uomo potesse vivere solo per il piacere; giusto o sbagliato che sia, è un ideale che riempe la vita e le conferisce una sorta di eroismo. Temo di non essere riuscita a spiegare il perché mi affascinava, ma pazienza, veniamo alla recensione.
Inizialmente la storia non mi coinvolgeva tanto perché era piuttosto lenta, poi le vicende di un personaggio così passionale come Andrea Sperelli mi hanno coinvolto.
Andrea Sperelli è un personaggio raffinato e ipersensibile al piacere, che ricerca in ogni cosa, dagli oggetti raffinati alle donne.
Egli parlava con naturalezza quel linguaggio manierato, quasi estenuando nell'artifizio delle parole la forza del suo sentimento.
C'è una scena, che mi piace molto, nella quale Andrea partecipa ad un'asta di oggetti preziosi e ricercati e compra alcuni di essi a cado. Mi piace perché mi fa capire come questo personaggio voglia riempire di cose e di piaceri il vuoto esistenziale.
Elena Muti è una femme fatale, seducente, sa come comportarsi con gli uomini e specialmente con Andrea, che le somiglia.
Andrea prova per Elena un sentimento totalizzante e quando la loro relazione finisce, é come se non avesse più un motivo per vivere, continua la sua vita vivacchiando e trastullandosi con piaceri di breve durata.
La sua relazione con Elena é stata come un grande amplesso, dopo il quale subentra la stanchezza. In questo momento, che coincide col periodo di convalescenza, Andrea é debole e si ripromette di non amare mai più. Poiché però è anche più buono si innamora di una donna buona, Maria Ferres.
Maria è una donna casta e sebbene sia sposata, si abbandona all'amore per Andrea perché vede che lo fa stare bene e che lo salva. Maria è a metà strada tra la donna angelicata dello Stilnovo, il cui sguardo dona salvezza, e la donna romantica, tipo Anna Karenina.
SPOILER (... che poi quanto sto pe dire ve lo spoilerate ovunque).
Il rapporto con Maria non lo coinvolge tanto quanto quello di Elena, infatti nell'amplesso, nel quale provava piacere solo se ripensava a quello con Elena, si lascia sfuggire il nome di quest'ultima e Maria capisce l'inganno.
FINE SPOILER
Da quanto detto poco fa, ma non solo da questo, si coglie il tema del doppio e della bipolarismo. Andrea ama la donna ideale che si crea con la sovrapposizione di Elena e Maria, due donne completamente opposte.
Omen nomen dicevano i latini e nel caso delle due donne è proprio vero, infatti Elena richiama alla mitica seduttrice he causò la rovina di Troia, mentre Maria che dona salvezza è la Madonna. Volendo anche il nome Andrea dice qualcosa della sua personalità. Infatti Andrea viene dal greco ανδρός (andros) che significa uomo nel senso di maschio (è l'equivalente del latino "vir" dal quale deriva l'aggettivo virile), ma anche eroe e marito. Infatti in Andrea Sperelli è sicuramente presente una dimensione virile e eroica, visibile nella sua ricerca di un piacere artificiale che lo separi dalla piatta quotidianità e nel suo estetismo.
Andrea infatti è un esteta, non a caso compone versi come se parlasse normalmente. Anche Elena è un'esteta e lei stessa lo aveva intuito, motivo per cui era rimasta attratta da lui, ma sono troppo simili per poter vivere bene insieme, ci riescono solo in una cornice estetica, come il palazzo barocco di 'Ca Zuccari, dove vive Sperelli.
A proposito delle ambientazioni del romanzo, è interessante notare che 'Ca Zuccari é uno dei palazzi più barocchi di Roma e riflette colui che lo abita. Il barocco é sproporzione e vistosità per creare stupore, così è Sperelli, eccessivo e oltre misura nella sua passione, alla continua ricerca della vistositá che lo faccia differenziare dalla massa.
Il piacere è una forza istintiva che guida l'uomo e che alla fine lo rende schiavo delle cose perché lo spinge a cercare la sua soddisfazione sempre in beni materiali e finiti, che però non si esauriscono mai (si potrebbe fare un parallelismo con Epicuro e i desideri naturali e innaturali, ma la recensione non finirebbe più). Così facendo l'uomo precipita del mondo dell'impersonalitá (quello del "si" impersonale: si dice, si fa...), quel mondo della società di massa che si stava affermando al tempo di D'Annunzio e che Sperelli con aristocratico disprezzo voleva evitare. Nella società di massa si perde l'individuo, ma anche quando ci si assoggetta agli oggetti, poiché si perde la propria soggettività.
Voto: ☆☆☆☆
mercoledì 11 novembre 2015
Recensione: Il corso delle cose
Titolo: Il corso delle cose
Autore: Andrea Camilleri
Casa Editrice: Lalli
Anno di pubblicazione: 1978
Lingua originale: italiano (o meglio: pseudo-dialetto siciliano)
Riconoscimenti: //
Data di lettura: 20 ottobre 2015
Trama:
Il commissario Corbo indaga su un cadavere trovato in campagna, ma nello stesso tempo qualcuno spara a Vito Macaluso, un uomo che non aveva mai dato fastidio a nessuno.
In Sicilia si muore sempre di corna, si dice. Sarà anche questa volta vero?
Recensione:
Io amo lo stile Camilleri, ma di lui conoscevo solo le avventure di Montalbano, che ho letto tutte e quindi ho parecchio materiale per considerarlo uno dei miei autori preferiti, ma volevo vederlo fuori da Montalbano, così ho deciso di leggere Il corso delle cose , che avevo a casa.
La trama mi ha catturato a tal punto che l'ho finito in tre giorni, nonostante avessi poco tempo per leggere.
Infatti più procedevo nella lettura più si dimostrava che era impossibile che qualcuno avesse potuto sparare a Vito.
L'unico elemento che non mi ha tanto convinto é l'arrivo del capo della Finanza, il quale rivela al commissario Corbo indizi utili per l'indagine. Infatti mi è sembrato una sorta di deus ex machina un po' forzato o l'arrivo di un messaggero che risolve la situazione.
Invece ho apprezzato molto tutti i quadretti di vita paesana e i dialoghi, che calzano perfettamente ai personaggi e ai luoghi narrati, rendendo la lettura davvero piacevole.
In conclusione, questo libro non ha smentito la mia stima per Camilleri, infatti ho ritrovato che lo stile di descrizione dei paesaggi e dei dialoghi era presente fin dalla suo primo romanzo.
Voto: ☆☆☆☆☆
lunedì 24 agosto 2015
Recensione: Il sentiero dei nidi di ragno
Autore: Italo Calvino
Casa Editrice: Einaudi
Anno di pubblicazione: 1947
Lingua originale: italiano
Riconoscimenti: vincitore della prima edizione del premio Riccione
Data di lettura: 18 luglio 2015
Trama: Seconda guerra mondiale: Pin è un ragazzo che vive sospeso tra il mondo dei grandi e quello dei bambini, senza appartenere veramente a nessuno dei due. Un giorno ruba una pistola a un tedesco per conto dei grandi ed è costretto a scappare e a vivere da grande, pur essendo fondamentale un bambino, i fatti si arruola con i partigiani, senza mai combattere.
Recensione: Ho letto con molta curiosità questo libro di Calvino dal momento che, neanche a farlo apposta, é uscito come traccia all'esame di maturità.
Pin ha un segreto, che vorrebbe condividere con un amico fidato: lui conosce il luogo in cui fanno il nido i ragni. Il sentiero dei nidi di ragno rappresenta con maggior evidenza la fanciullezza di Pin, infatti è lì che nasconde la pistola che ha rubato al tedesco per compiacere i grandi.
venerdì 17 luglio 2015
Recensione: uno, nessuno e centomila
Qualcuno vuole condividere i suoi pensieri su questo libro con me?
Autore: Luigi Pirandello
Casa Editrice: rivista 'Fiera letteraria'
Anno di pubblicazione: 1926
Lingua originale: italiano
Riconoscimenti: / /
Data di lettura: 9 giugno 2015
Trama: Vitangelo Moscarda, uomo di buona posizione economica nel paese di Richieri, inizia a chiedersi come gli altri lo vedono e questo suo pensiero diventa un'ossessione, che lo porta quasi alla follia.
Recensione: Premesso che Pirandello è il mio scrittore preferito, anche questo libro non ha smentito la mia stima nei suoi confronti.
Mi piace il modo con il quale, ancora una volta, analizza la psiche umana. Infatti Vitangelo Moscarda, da un'osservazione fatta con noncuranza dalla moglie a proposito del suo naso pendente verso destra, del qual non si era mai accorto, comincia a pensare che ognuno vede la realtà in modo diverso dagli altri. Pertanto non esiste un Vitangelo Moscarda, ma centomila Vitangelo Moscarda, che però non sono realmente lui, quindi risulta essere nessuno.
Questo tema qui è amplificato perché non si tratta di una doppia identità, ma di centomila identità diverse, che annichiliscono.
Citazione: L'essere agisce necessariamente per forme, che sono le apparenze che esso si crea e a cui noi diamo valore di realtà.
Voto:

venerdì 12 giugno 2015
Recensione: L'Erede della Luce
Titolo: L'Erede della Luce
Autore: Luca Rossi
Casa Editrice: self-publishing
Anno di pubblicazione: 2014
Lingua originale: italiano
Riconoscimenti: //
Data di lettura: 7 giugno 2015
Trama: Lil e Miril sono tornate indietro nel tempo per impedire la modifica della linea temporale.
A Isk Aleia è diventata regina, ma poichè la gente inizia a diventare trasparente, avendo appreso che ciò è dovuto a una modifica della linea temporale, decide di fare un viaggio nel tempo per impedirlo. Ma questi viaggi finiscono inevitabilmente per modificare il passato, creando così un nuovo ramo del tempo...
Recensione: L’Erede della Luce è il secondo volume de I Rami del Tempo e l’ho trovato più fantascientifico rispetto al primo, nel quale prevaleva l'aspetto fantasy, e più avvincente.
Sono rimasta a lungo col fiato sospeso, seguendo le avventure dei personaggi, alcuni dei quali mi hanno sorpreso, come Lil, che ha avuto una grande evoluzione: da debole e insicura a donna che prende iniziative, alcune più discutibili di altre, per salvare se stessa e le persone che le stanno a cuore.
Un altro personaggio che mi ha stupito è Aleia, la prima moglie di re Beanor, infatti, nonostante la sete di potere, si rivela essere una sovrana migliore del marito.
Questo libro non è più ambientato a Turios, infatti alla Isk del passato e del presente si aggiunge un nuovo ambiente: la Federazione dei Mondi. Non saprei come descrivervi quest’ambiente, dato che per farlo userei l’aggettivo ’fantascientifico’ e non sarebbe una novità, dato che vi ho già detto che questo libro è più fantascientifico del precedente. Diciamo che l’autore riesce bene nel suo intento e, come spesso mi accade quando leggo libri di fantascienza, rimango affascinata dalle descrizioni delle navicelle spaziali e di tutti i loro marchingegni.
Ho apprezzato le riflessioni di alcuni personaggi, poiché sono anche degli interessanti quesiti filosofici. Ad esempio Miril si interroga su cosa limiti la sua libertà, chiedendosi se forse non è lei stessa il limite alla sua libertà.
Anche questo secondo volume ha un finale aperto, anche se non condivido la scelta di inserire un nuovo personaggio poche parole prima di concludere il libro. Nonostante i finali aperti mi facciano morire dalla curiosità, in fondo mi piace il senso di attesa; tuttavia inserire un nuovo personaggio mi sembra una forzatura perché io, personalmente, sarei stata ugualmente curiosa di scoprire dove erano finiti i personaggi e perché si trovavano in quel luogo, quindi l’effetto di suspense ci sarebbe stato lo stesso.
sabato 6 giugno 2015
Recensione: I rami del tempo
Titolo: I rami del tempo
Autore: Luca Rossi
Casa Editrice: self-publishing
Anno di pubblicazione: 2014
Lingua originale: italiano
Riconoscimenti: //
Data di lettura: 5 giugno 2015
Trama: Gli abitanti dell'isola di Turios vengono sterminati da una poggia di schegge, solo Bashinoir e sua moglie Lil si salvano, rifugiandosi nel Tempio, dove si trova la sacerdotessa Miril. Gli abitanti di Turios erano emigrati moltissimi anni prima da Isk, ma solo gli Anziani e i due sacerdoti sanno il motivo. Il male che proviene da Isk sembra essere riuscito ad attaccare l'isola, nonostante le barriere magiche create dai sacerdoti e i superstiti devono capire come fare per sconfiggerlo prima che la linea temporale in cui vivono svanisca definitivamente.
Recensione: Finalmente sono riuscita ad ultimare questo libro, inviatomi dall'autore non so quanto tempo fa. Purtroppo infatti era un periodo incasinato per via della scuola, tant'è che ho deciso di ricominciarlo ieri, quando avevo tempo per finirlo.
Partiamo dall'ambientazione: l'isola di Turios è ben descritta, mi ricorda un po' un locus amenus perchè la natura è provvida e tutti vivono in armonia tra di loro. Il bosco, la scogliera, il mare... è il genere di ambiente che mi piace, quindi sono entrata subito in sintonia con i personaggi, in particolare con Bashinoir.
Isk invece mi ricorda i poemi cavallereschi, infatti l'isola è governata dal tiranno Beanor, il quale, con l'aiuto dei maghi, cerca di abbattere la barriera che lo separa da Turios per allargare i suoi domini.
I personaggi sono analizzati nella loro psicologia. Conosciamo i dubbi, il dolore e la solitudine di Bashinoir e il conseguente desiderio di vendetta, quando scopre che la moglie diventerà sacerdotessa per proteggere l'isola e loro stessi. Sono sentimenti umanissimi e comprensibili e devo dire che a un certo punto ho desiderato per assurdo che Bashinoir morisse perchè non volevo vederlo soffrire così. Quindi Luca Rossi è molto bravo nel far entrare il lettore in sintonia coi personaggi (addirittura soffrivo con Bashinoir). Ho apprezzato particolarmente come viene instillato in Bashinoir il dubbio che la sacerdotessa non sia ciò che appare e i conseguenti sentimenti dell'uomo, già non bendisposto nei confronti della sacerdotessa.
Lil invece è combattuta, da un lato non vuole rinunciare al marito, che ama moto, dall'altro desidera diventare sacerdotessa. Da sacerdotessa vuole rimanere amica di Bashinoir, ma lui non riesce a tollerare di esser stato privato della moglie e la evita.
Miril, la sacerdotessa è un personaggio intrigante e affascinante, da un lato è dolce con Miril, ma sa essere temibile con chi la delude.
Il tiranno Beanor è ovviamente odioso e amante del sesso, infatti ha molte concubine. Sono descritte molte scene di sesso, anche se nulla di osceno, inizialmente mi avevano imbarazzato perchè non avevo mai letto nulla di così esplicito, ma proseguendo con la lettura le ho trovate molto adatte a caratterizzare il personaggio.
Ho trovato interessanti anche i personaggi dell'apprendista e dell'ultima moglie del re, Milia, poichè dimostrano che, nonostante le circostanze, il desiderio di libertà è indomabile.
Ciò che mi ha affascinato è il discorso sui rami del tempo. Infatti all'inizio del libro scopriamo che i cadaveri degli abitanti di Turios sono incredibilmente scomparsi e nel corso della storia la stessa Lil scompare per brevi istanti. Miril capisce che questo è dovuto al fatto che è stato cambiato il passato, quindi è come se non fossero mai esistiti e se non vogliono sparire definitivamente devono fare un viaggio nel tempo.
Lo stile è scorrevole e accattivante, divorerete il libro in poco tempo.
Il finale è aperto e come sempre mi capita col kindle, non guardo l'avanzamento del libro e giro pagina convinta che il libro continui e invece è finito, quindi sono rimasta a bocca aperta e non vedo l'ora di leggere il sequel ^^
Citazione: E il ramo secco del tempo cadde dall'albero.
Voto:
sabato 23 maggio 2015
Recensione: Il piccolo principe
Anno di pubblicazione: 1943
Lingua originale: francese
Riconoscimenti:
Data di lettura: 2002, aiutata da mia madre perché avevo solo 5 anni, ma poi ovviamente l'ho riletto un sacco di volte ^^
Citazione:
Trama: L'autore ha un incidente in aeroplano nel deserto e qui incontra un bambino, che gli chiede di disegnargli una pecora. Questo bambino è il piccolo principe, che proviene da un altro pianeta e inizia a raccontargli i suoi viaggi.
Recensione: Molte persone amano questo libro e io ho sempre pensato che fosse impossibile non amarlo, anche se successivamente mi sono resa conto che diverse persone non lo apprezzano
Per questo con la mia recensione ho intenzione di spiegare perché io lo adoro.
È una metafora della vita, quindi a ogni età dice qualcosa di nuovo perché è diversa la domanda con la quale ci poniamo nei confronti della vita.
A 5 anni ovviamente avevo apprezzato solo la favola del piccolo principe, anche se mi era piaciuto come il piccolo principe coltivasse la sua amicizia con la volpe e mi era rimasto anche impresso il lampionaio, anche se non ricordo il motivo.
Successivamente ho scoperto i vizi, la morte, il problema del male e sono letteralmente cresciuta con questo libro.
È scritto per i bambini e raccontato da un bambino perché i bambini nella loro semplicità e innocenza riescono a comprendere la realtà meglio degli adulti perché hanno un rapporto più puro con essa, non sono influenzati dalle convenzioni sociali, non si preoccupano degli affari, del profitto e riescono a raggiungere l'essenziale nei rapporti. Quell'essenziale che, come dice il piccolo principe stesso, si coglie solo col cuore, perché è invisibile agli occhi (e all'intelletto, aggiungo io).
Per questo al piccolo principe importa il nome di un amico, mentre agli adulti quanto guadagna suo padre, al piccolo principe importa che sul suo pianeta ci sia un fiore che ha bisogno delle sue cure, mentre al cartografo non importa.
Lo stile rispecchia il messaggio dell'autore ed è adatto al target a cui il libro è rivolto, infatti è semplice e lineare, ma il ritmo rimane sempre vivo grazie alla curiosità del piccolo principe.
Come si fa quindi a non amare un libro che parla della vita? Sarà che io amo l'aspetto esistenzialista, le allegorie e i libri con le morali (per questo adoro le favole), insomma sarà quel che sarà.
Voi cosa ne pensate?




















